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Salerno Economy XIII.25 – 05.07.2024

Il quadro internazionale resta appeso alla solita questione di chi continuerà a comandare. Ma, intanto, prevale la massima prudenza.

E la politica? Non c’è più (forse), ma a breve ritornerà . . .

Momento critico in Europa, negli Usa e nel resto del mondo. Difficile ipotizzare come andranno a finire tanti tavoli aperti, ma non ben definiti. Le singole comunità riducono gli spazi per intraprendere nuovi e necessari cammini di speranza.
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Appesi a un filo
Alla fine di queste settimane, rimane la sensazione che ci siamo persi qualcosa per strada, che, probabilmente, non solo non ci siamo mai ripresi dalla lunga stagione pandemica che ci ha profondamente cambiati, ma che abbiamo davvero scelto di non tornare più indietro, di rimanere così, aggrappati al mondo che si trasforma e continua a farlo, di lasciare, per quanto possibile, tutto un po’ lontano da noi. E rimanere quasi dispersi a pensare non tanto a cosa ci aspetta, a cosa accadrà. Ma, soprattutto, a dove saremo noi, a che cosa realmente saremo o ci convinceremo di essere. Ecco perché i tanti e importanti fatti che accadono non sembrano scalfirci più di tanto, interessarci più di tanto. E non sembriamo proprio capire, fino in fondo, che cosa veramente accada, per esempio, tra i giocolieri della politica che permangono lì, governano lì, ben sapendo che sono destinati a rimanere lì, senza affrontare, veramente, nel merito i problemi che permangono e appaiono sempre più complessi e difficili. Basta dare uno sguardo ai titoli dei giornali, dei siti web, degli organi di informazione per rendersi conto che ogni cosa replica un racconto difficile, una narrazione che, al momento, non lascia individuare una ripartenza concreta, in base ai problemi - che non mancano proprio - che restano così, appesi a qualche altra cosa più grave. Alle situazioni, per essere chiari, davvero difficili e complesse che appaiono prese dalla sindrome dell’emergenza che si trasforma, giorno per giorno, sempre nell’inizio di un’altra cosa che, prima o poi, accadrà. Ecco, forse siamo proprio nella fase dell’impossibilità delle cose da fare che impone, invece, le cose da non fare. Biden? Era una volta Biden. Trump? E’ sempre Trump, ma è come prima? Macron? Bloccherà fino in fondo l’ascesa della Le Pen? Meloni saprà districarsi ancora nell’ingorgo che è già chiaramente persistente all’Ue?
(continua)
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Indicatore in peggioramento in tutti i comparti indagati ad eccezione di quello delle costruzioni.

Fiducia consumatori, l’indice sale da 96,4 a 98,3

A giugno 2024, clima in tendenza positiva, mentre si verifica la parabola contrastante per le imprese: scende da 95,1 a 94,5.
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Consumatori/Imprese, parabole non coincidenti.
“L’evoluzione positiva dell’indice di fiducia dei consumatori riflette un generale miglioramento di tutte le sue componenti: il clima economico e quello futuro registrano gli aumenti più marcati, passando, rispettivamente, da 101,9 a 105,3 e da 95,7 a 98,7; il clima personale sale da 94,4 a 95,8 e quello corrente passa da 97,0 a 98,1”. In relazione alle imprese, “la fiducia peggiora in tutti i comparti indagati ad eccezione di quello delle costruzioni. Più in dettaglio, nel settore manifatturiero l’indice diminuisce da 88,2 a 86,8, nei servizi di mercato scende da 97,8 a 97,1 e nel commercio al dettaglio cala da 102,8 a 102,2; in controtendenza nelle costruzioni, l’indice di fiducia sale da 101,7 a 104,4”. Per quanto gravita intorno alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera peggiorano i giudizi sugli ordini e le scorte di prodotti finiti sono giudicate in accumulo; le attese sul livello della produzione subiscono un lieve calo. Nel comparto delle costruzioni migliorano, invece, entrambe le variabili componenti l’indicatore”. Nei servizi di mercato “si rileva una dinamica negativa dei giudizi sugli ordini mentre sia le opinioni sull’andamento degli affari sia le attese sugli ordinativi migliorano. Con riferimento al commercio al dettaglio, si stima un peggioramento sia dei giudizi sia delle attese sulle vendite; le scorte di magazzino sono giudicate in decumulo”.
Il commento.
“A giugno, il clima di fiducia delle imprese mostra il terzo calo consecutivo, posizionandosi sul valore più basso da novembre 2023. Il ribasso dell’indicatore complessivo è dovuto prevalentemente al peggioramento registrato nella manifattura e nei servizi. L’indice di fiducia dei consumatori aumenta per il secondo mese consecutivo e raggiunge il valore più elevato da febbraio 2022. Si segnala un diffuso miglioramento di tutte le variabili che compongono l’indice, ad eccezione dei giudizi sul bilancio familiare e delle opinioni sull’opportunità di risparmiare nel momento attuale”.
(Istat. Periodo di riferimento: giugno 2024-Data di pubblicazione: 27 giugno 2024)



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Il quadro è emerso tenendo conto di una analisi della Coldiretti su dati Unioncamere.

Lavoro: -110mila imprese giovani in 10 anni, tiene l’agricoltura

Nel periodo 2014-2024 le aziende italiane condotte da under 30 sono passate da 514mila a 404mila, con una perdita netta del 21%, quelle agricole sono rimaste poco sotto le 48mila unità, “senza variazioni sostanziali”.
Immagine Lavoro-Numeri Economia
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“Nell’ultimo decennio hanno chiuso i battenti 110mila imprese giovani under 30 in tutti i settori, con la sola eccezione dell’agricoltura che è l’unico tra i comparti principali ad avere tenuto”. E’ questo il quadro che emerge da una analisi della Coldiretti su dati Unioncamere presentata in occasione della l’assegnazione degli “Oscar Green alle imprese che più si sono distinte per garantire l’autosufficienza alimentare ed energetica e la sostenibilità delle produzioni”. Nel periodo 2014-2024 “le imprese italiane condotte da under 30 sono passate da 514mila a 404mila, con una perdita netta del 21% - evidenzia la Coldiretti - e i cali più sensibili si registrano nelle costruzioni (-40%) e nel commercio (-34%), mentre quelle agricole sono rimaste poco sotto le 48mila unità, senza variazioni sostanziali”. Va detto che è “il segno di una resilienza dei giovani agricoltori che viene però messa a dura prova dai troppi ostacoli che impediscono o rallentano l’ingresso e la continuità nella gestione delle imprese agricole: la mancanza di accesso al credito, la burocrazia, la carenza di infrastrutture e il limitato accesso alla terra ne sono alcuni esempi”, (Rapporto del Centro Studi Divulga). Le condizioni “cambiano da territorio a territorio”. L’analisi Divulga su dati Crea: “in Emilia Romagna, Toscana, Veneto e Friuli Venezia Giulia gli ostacoli che impediscono ai giovani di entrare nelle attività agricole possono essere legati al limitato accesso alla terra”. Altre regioni “sono invece propense al ricambio generazionale e presentano una percentuale di giovani agricoltori maggiore rispetto a quella degli agricoltori anziani”. In Basilicata, Sardegna e Campania “il settore agricolo rappresenta una grande occasione di rilancio per i giovani in territori con elevati tassi di disoccupazione giovanile, mentre in Piemonte, Liguria, Lombardia, Valle d’Aosta e Province Autonome di Trento e Bolzano “il settore agricolo, essendo parte sostanziale del quadro economico locale, tende a coinvolgere gli interessi dei giovani imprenditori”.
“Ma a pesare - evidenzia la Coldiretti - sono anche le situazioni strutturali che lasciano le aziende agricole indifese rispetto agli effetti dei cambiamenti climatici, alla diffusione dei cinghiali che devastano le colture, alla concorrenza sleale dei prodotti stranieri. In generale il 65% dei giovani agricoltori eredita aziende gestite dalla famiglia e solo il 28% avvia e gestisce imprese completamente nuove”. Resta il fatto “che i giovani agricoltori italiani rappresentano un’eccellenza a livello europeo”. Secondo l’analisi Divulga sugli ultimi dati Eurostat, “rilevano che le aziende agricole condotte da under 35 in Italia generano una produzione standard di 4.296 euro ad ettaro circa il doppio rispetto alla media europea pari a 2.207 euro a ettaro, e ben sopra Francia (2.248 euro a ettaro), Spagna (1.828 euro a ettaro), e Germania (2.749 euro a ettaro)”.
(Fonte: coldiretti.it/28.06.2024)
(continua)
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Ha indossato le divise della nazionale uruguaiana e di quella italiana. Fu campione del mondo nel 1950.

“El dios del fútbol”, Schiaffino tra Peñarol, Milan e Roma

Soprannominato “Pepe”, è stato considerato uno dei più forti giocatori della storia del calcio, senza dubbio il migliore uruguaiano di tutti i tempi.
Schiaffino e Rivera
Juan Alberto Schiaffino con Gianni Rivera
«Schiaffino, con le sue giocate magistrali, organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando tutto il campo dalla più alta torre dello stadio».
(Eduardo Galeano nel libro Fútbol a sol y a sombra).
Juan Alberto Schiaffino Villano (Montevideo, 28 luglio 1925-Montevideo, 13 novembre 2002) è stato un uruguaiano naturalizzato italiano, che ha occupato i ruoli di interno sinistro e di regista. Soprannominato “Pepe”, e ribattezzato in patria “El dios del fútbol”, è stato considerato uno dei più forti giocatori della storia del calcio, se non il migliore, senza dubbio il migliore uruguaiano di tutti i tempi. Occupa la 70ª posizione nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer e la 17ª posizione nell’omonima lista pubblicata dall’IFFHS. Questa rivista lo ha posizionato al 6° posto nella classifica dei migliori calciatori sudamericani del XX secolo. Schiaffino ha giocato in club importanti: Peñarol, Milan, Roma vincendo 5 campionati uruguaiani e 3 scudetti. Ha indossato le divise della nazionale uruguaiana e di quella italiana. Con la nazionale, fu protagonista del Maracanazo e fu campione del mondo nel 1950. Schiaffino nacque a Barrio Sur, a pochi edifici di distanza dalla vecchia sede del Peñarol. Suo padre, Raúl Gilberto, era impiegato all’Ippodromo di Maroñas, e sua madre era una casalinga paraguayana. Il nonno paterno Alberto, originario di Camogli (Genova), emigrò nel Sud America agli inizi del Novecento ed aprì una macelleria. Da bambino si trasferì a Pocitos, dove cominciò a giocare a calcio. Non avendo entrate decenti, svolse anche altri lavori: il fornaio, il commesso in una cartoleria e l’operaio in una fabbrica di alluminio. Suo fratello maggiore Raúl, di due anni più vecchio, giocò come centravanti nel Peñarol, squadra nella quale poi lo raggiunse. Raúl fu capocannoniere della Primera División nella stagione 1945. Fu la madre, María Eusebia, a battezzarlo “Pepe”. Schiaffino era un ragazzo chiuso, introverso. Faceva di testa sua, creava a volte tensioni con i compagni e l’allenatore.
Fu il primo calciatore a gestirsi gli ingaggi con criteri manageriali. Al Milan, nei giorni liberi da impegni, andava in Svizzera per occuparsi di speculazioni finanziarie. Riusciva ad ottenere ottimi profitti che poi reinvestiva, acquistando appartamenti e negozi. Nel 1962, terminata la carriera di calciatore, tornò a Montevideo e continuò a fare affari nel settore immobiliare.
Si sposò con Angelica nel 1952, conosciuta 10 anni prima in autobus. La coppia non ebbe figli. Lei morì sei mesi prima di lui - che la seguì il 13 novembre 2002 - a causa di un tumore, dopo avere passato gli ultimi mesi ricoverato in un ospizio.
Il giorno della sua morte il Senato della Repubblica uruguayana gli conferì un tributo. Jorge Larrañaga chiese che nell’ordine del giorno ci fosse uno spazio per rendergli omaggio: così fece un discorso come riconoscimento per la sua carriera. Fu sepolto nel Panteón de los Olímpicos, cimitero di Montevideo riservato ai calciatori uruguaiani campioni olimpici nel 1924 e 1928 e vincitori ai mondiali del 1930 e del 1950.
«Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto», (Gianni Brera).
(continua)
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