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Salerno Economy XIII.20 – 31.05.2024

Il bacino di utenza resta aggrappato alle proprie aspettative, se non alla risoluzione di problemi personali.

Elezioni? Domani è un altro giorno, si vedrà

Prima si prospettava piena coerenza tra quanto dichiarato e quanto attuato, ma è una politica che non esiste più. Ora tutte le formazioni hanno abbracciato la fase piena del racconto, che non accetta conseguenza alcuna, in caso di vittoria e di sconfitta.
Immagine politica reputazione
La politica che non esiste più
Il conto alla rovescia è, ormai, già iniziato e, forse, si è anche concluso. Se si considera che siamo in dirittura di arrivo per il voto europeo e per quello destinato ad alcune Regioni e a diversi Comuni, ci rendiamo conto che, in realtà, si prospetta un test che è una vera e propria prima analisi di quanto successo nel dopo-Draghi, con un orizzonte molto ampio, di analisi e approfondimenti, di quanto si presagiva. Non sono mancate, in questi ultimi mesi, tanti segnali e non poche chiavi di interpretazione che, alla fine, consegnano un contesto estremamente chiaro, che ha già avuto un’accoglienza capace di spiegare come non ci sia niente da spiegare: le cose, per fortuna, sono lì a raccontare tutto, senza timore, nonostante i non pochi tentativi, di alimentare i fraintendimenti e le sceneggiature troppo indirizzate verso il nulla, più che sulla concreta lettura dei vari contesti che, alla fine, sono la base alla quale fanno riferimento, in ogni caso, gli elettori. Anche sul bacino di utenza vero e proprio delle varie elezioni che si affrontano non sono mancate diverse tipologie di lettura, che, però, al momento del voto, sono svanite, scomparse nella filiera dell’abbandono. E non importa, fa parte del “gioco” che ha alimentato, come sempre, diverse tipologie di aspettativa.
E’ apparso più che consistente la lettura di un mondo elettorale che, sebbene abbia spinto per recuperare la fase veramente antica del confronto/scontro, ha, invece, trovato l’epilogo del trascendente approdo alla consapevolezza che più che le ragioni della politica sono prevalse - o hanno cercato di prevalere - le motivazioni dei singoli elettori, dei singoli “gruppi”, delle singole aggregazioni di persone che non cercavano, come un tempo (neanche troppo lontano), le ragioni della politica (perché la politica, ormai, non c’è proprio più), ma solo le ragioni proprie, quelle che contribuiscono a rafforzare il proprio ruolo sociale, “comunitario”, “quartierale”, e, in fondo, personale. In realtà, il sistema dei partiti o meglio ancora della “rappresentanza”, deve rendersi conto che l’universo di persone che ancora cerca di ricorrere alla politica per tutelarsi (questa è la scelta/chiave dell’appuntamento elettorale, niente di più) non è troppo fiducioso. Non ripone aspettative eccessive sulle persone - non sui partiti, anche se anche queste forme aggregative non godono di eccessiva fiducia - che appaiono distanti e poco motivate, nella stragrande maggioranza, perchè al primo posto pongono sempre se stesse e il loro perimetro di interessi, con i loro soggetti di riferimento.
(continua)
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Occorre puntare sull’impegno nel lavoro e nella produzione di ricchezza attraverso l’introduzione di culture e pratiche manageriali sia nel privato che nella P.A.

Il ceto medio, un valore per l’economia e la società

Secondo le analisi del Censis, il 50% teme un declassamento; il 74,4% sente un blocco della mobilità verso l’alto; più del 75% è convinto che le generazioni future staranno peggio di quelle attuali.
Foto Numeri Economia-Investimenti- Soldi
Il vero ruolo del ceto medio
di Antonio Viviano*

Pubblicato il 20 maggio il rapporto Cida-Censis (“Il valore del ceto medio per l’economia e la società”), uno studio che cerca di dare risposte, che diventano riflessioni, sul sentiment del ceto medio italiano, da sempre motore della nazione. Il 60,5% degli italiani dichiara di appartenere al ceto medio, ossia coloro che hanno un reddito fino a 50mila euro o poco più. Il ceto medio, pur essendo un concetto astratto ma estremamente concreto nella materialità della vita di milioni di italiani, è una delle chiavi di lettura più efficaci per raccontare l’Italia dal dopoguerra ad oggi. Secondo la fondazione Censis possiamo individuare 3 momenti storici: una fase di ascesa che va dal miracolo economico al secondo rinascimento; una fase di declino rappresentata dalla tempesta perfetta del periodo 2007-2012 e, infine, la fase da oggi in avanti.
È proprio la fase “da Oggi in avanti” a stimolare riflessioni che mostrano un collegamento con i dati economici: guardando l’andamento del Pil italiano dagli anni ‘70 ad oggi, è evidente il calo. Il Pil passa dal +41,6% degli anni ’70/’80 al +0,9% del periodo 2010/2019 per tornare al +3,5% del primo triennio degli anni ‘20.
Questo andamento decrescente della variazione percentuale reale cosa ha determinato per il ceto medio italiano? Lo studio risponde così: il 50% teme un declassamento; il 74,4% sente un blocco della mobilità verso l’alto; più del 75% è convinto che le generazioni future staranno peggio di quelle attuali. Questa mancanza di speranza nel futuro mostra, però, anche un dato incoraggiante: l’80,6% degli italiani ritiene che il sistema fiscale dovrebbe premiare chi crea impresa, lavoro e opportunità.
Sono tante le cose da cambiare in un Paese come l’Italia che ha subito più degli altri gli effetti negativi della globalizzazione e dei cambiamenti economici; basti pensare che dal 2001 al 2021 il reddito pro-capite delle famiglie italiane è sceso di oltre 7 punti percentuali, mentre Germania e Francia crescevano rispettivamente del 7,3% e del 9,9%. Da dove partire? Bisogna partire dalla meritocrazia.
Occorre valorizzare l’impegno nel lavoro, nella produzione di ricchezza, attraverso l’introduzione di culture e pratiche manageriali sia nel privato che nella P.A. Evolvere le PMI da gestione familiare a gestione manageriale, introdurre tecniche manageriali nella P.A., avere dirigenti bravi e capaci di guidare e stimolare anche gli altri lavoratori. Ma non basta. Bisogna intervenire nella formazione scolastica e professionale; incentivare la ricerca e l’innovazione; occorre ridisegnare il carico fiscale, semmai eliminando un’altra aliquota; puntare al sistema previdenziale complementare in quanto quello pubblico risente del calo demografico e della discontinuità lavorativa; una lotta all’evasione che è anche elemento di concorrenza sleale.

* Consulente del lavoro
(continua)

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Analisi della Coldiretti su dati Cbd diffusa in occasione della giornata mondiale che si è festeggiata lo scorso 22 maggio.

Biodiversità: Italia leader Ue per specie vegetali e animali

Il nostro Paese vanta oltre 58.000 specie faunistiche e 6.700 specie di piante, di cui rispettivamente il 30% e il 15% vivono solo sul nostro territorio nazionale.
Foto Biodiversità-Coldiretti
Giornata mondiale della biodiversità
“L’Italia è leader europeo della biodiversità con il territorio nazionale che ospita circa 1/3 delle specie animali e la metà di quelle vegetali presenti nel Vecchio Continente”. E’ questo il quadro che emerge da un’analisi della Coldiretti su dati Cbd diffusa in occasione della giornata mondiale della biodiversità che si è festeggiata il 22 maggio. Il nostro Paese “vanta oltre 58.000 specie faunistiche e 6.700 specie di piante, di cui rispettivamente il 30% e il 15% vivono praticamente solo in Italia”.
Si tratta di “un patrimonio, culturale, ambientale ed economico che va tutelato rispetto ai pericoli che vengono dagli effetti dei cambiamenti climatici, del consumo di suolo, ma anche dall’omologazione e dalla standardizzazione delle produzioni a livello internazionale che, nell’ultimo secolo, hanno causato la scomparsa di tre frutti su quattro”. Si tratta di un “allarme sempre più sentito dagli italiani, tanto che il 52% chiede allo Stato di investire con urgenza in misure di sostegno agli agricoltori per la salvaguardia della biodiversità”. Il dato emerge “da un’indagine di Ixe’ per la Fondazione Campagna Amica, che rappresenta un indicatore anche quando si parla di salute, perché strettamente legata alla salubrità del cibo”.
“Non a caso si sono moltiplicati negli ultimi anni le iniziative di recupero delle varietà vegetali e animali, dai semi antichi ai frutti, come nel caso del progetto Arbor, promosso da Campagna Amica, Coldiretti, Fondazione Una, Associazione Patriarchi d’Italia, Ab-Agrivenatoria Biodiversitalia. O come l’Associazione italiana Allevatori (Aia) che promuove, attraverso il Progetto Leo, acronimo di ‘Livestock Environment Opendata’, la valorizzazione di ben 58 razze bovine per un totale di oltre 3 milioni e 130 mila animali, 46 ovine con oltre 52 mila e 800 animali e 38 caprine con 121 mila animali”.
“Ma un’azione di recupero importante della biodiversità - specifica la Coldiretti - si deve in Italia ai nuovi sbocchi commerciali creati dai mercati degli agricoltori e dalle fattorie di Campagna Amica attivi in tutte le regioni e che hanno offerto opportunità economiche agli allevatori e ai coltivatori di varietà e razze a rischio di estinzione, che altrimenti non sarebbero mai sopravvissute alle regole delle moderne forme di distribuzione”.
(Fonte: coldiretti.it/22.05.2024)
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Sempre proteso verso l’attacco, recuperava palloni, impostava l’azione più giusta.

Romeo Benetti, “prendeva e dava”, un giocatore completo

Lo spirito e la capacità agonistica che riusciva a trasmettere alla squadra e al pubblico, il massimo impegno che gli consentiva di animare la partita in ogni momento, con l’obiettivo di vincere. Anzi, anche di stravincere perché era sempre tra i più forti.
Romeo_Benetti Wikipedia
Romeo Benetti
(Er.Pa.) - Romeo Benetti (Albaredo d’Adige, 20 ottobre 1945), mediano e anche interno o mezzala, nasce ultimo di otto fratelli. I genitori scelsero per lui il nome di Romeo e quello di Giulietta per la gemella. Si trasferì con la famiglia a Bolzano, trascorse in collegio, a Venezia, il periodo tra gli 8 e i 16 anni. Iniziò a lavorare come tipografo. «Benetti era un giocatore duro, completo. Uno strano tipo di cattivo. Non era scorretto, prendeva e dava, solo che il suo temperamento gli permetteva di dare molto più che prendere.», (Mario Sconcerti, 2017). Questa definizione ci consente di promuovere lo spirito e la capacità agonistica di Benetti che riusciva a trasmettere alla squadra e al pubblico il massimo impegno che metteva in campo, animando la partita sempre, in ogni momento, con l’obiettivo di vincere. Anzi, anche stravincere perché erano sempre i più forti. Aveva un fisico molto ben messo atleticamente che gli consentiva di sfoggiare dinamismo e spirito aggressivo, capace di non perdere i contrasti (quasi mai). Giocava sempre proteso verso l’attacco, recuperava palloni, impostava l’azione più giusta.
Arrivò al Milan dopo la Sampdoria. Ma fu Nereo Rocco a impostarlo come mediano, perché voleva consentirgli di utilizzare la sua forza fisica. Non pochi gli episodi di contrasti e scontri fisici, ma non venne mai espulso. La fama di “cattivo” non tramontò, tanto che nel 2008 il tabloid britannico “The Sun” lo collocò al quarto posto nella lista dei calciatori più duri di tutti i tempi. Nel 2018 il “Daily Mail” lo mise tra i 20 calciatori europei “più cattivi di tutti i tempi”. Il giornalista Gianni Brera scelse per lui il soprannome di “Maultier”, come i cingolati dell’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale; il collega di Brera Angelo Rovelli ricorse alla definizione di “impavido e roccioso”; l’allenatore ed ex commissario tecnico azzurro Gian Piero Ventura lo inserì (a posteriori) come “regista arretrato” nella sua nazionale italiana ideale di tutti i tempi.
Giocò con il Bolzano, in Serie D, arrivò in serie A dopo la C e la B con le maglie di Siena, Taranto e Palermo. I siciliani lo acquistarono per 50 milioni di lire, disputò la stagione 1967-1968, collezionò 35 presenze e segnò 2 reti. Il debutto in Serie A avvenne nel 1968-1969 con la maglia della Juventus, costò più di 300 milioni di lire. Dopo una sola stagione fu ceduto alla Sampdoria, in una operazione che fece sbarcare a Torino Francesco Morini e Roberto Vieri. A Genova, nella stagione 1969-1970, giocò 27 partite, con 2 gol e 3 partite e 2 reti in Coppa Italia.
Nel 1970 arrivò il Milan: seguirono sei campionati con Nereo Rocco che lo posizionò da mediano. Nel suo primo triennio arrivò per tre volte secondo in campionato. Benetti divenne capitano milanista per la stagione 1975-1976. Vittorie in Coppa Italia, nelle edizioni 1971-1972 e 1972-1973, in Coppa Italia un’altra finale nel 1975 e un secondo posto nel girone finale dell'edizione 1970-1971. Nell’ultima stagione a Milano, per il temporaneo ritiro dall’attività agonistica di Gianni Rivera, la fascia di capitano della squadra passò a lui: con la fascia, in sei anni, disputò complessivamente 251 partite e segnò 49 gol.
(continua)
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