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Salerno Economy XII.44 – 15.12.2023

Nel momento del buonismo prevalente a nessuno interessa dirimere la strutturale contesa tra centrodestra e (centro) sinistra.

Cari ragazzi, è Natale: non siamo tutti più buoni?

E’ così che prende forma, si stampa in faccia a tanta parte della politica quel pezzo di geografia psicologica che disegna la lontananza (fittizia o reale?) dalle mille questioni che restano aperte - bene aperte, quasi irrisolvibili - e nessuno appare al momento impegnato ad analizzarle e a comprenderle per, magari, addirittura tentare di risolverle.
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L'Italia si riflette in se stessa
Come (quasi) sempre accade di questi tempi - a una decina di giorni dal Natale - qui da noi, nelle aree del Sud (dove, statisticamente, l’accelerazione della sindrome della disperazione è diffusamente più presente a causa di una condizione economica davvero complicata e difficile da superare) prende forma, soffusamente narrata (o auto-narrata) in un’atmosfera armoniosa festosa, la ciclica esegesi della salvezza. Non solo perché ben si abbina alle forme interpretative del Vangelo (e della Bibbia), ma anche perché, negli anni, le stesse forze politiche, si sono sedimentate - con sempre maggiore lungimiranza e capacità interpretativa dettata, ovviamente, dall’interesse primario finalizzato alla raccolta del consenso - con mitica coerenza sul dettato religioso, che predica, giustamente, la fratellanza e il perdono come indicazioni primarie nella vita dell’individuo che così può aspirare a paesaggi migliori. Insomma, al di là di quanto sta accadendo politicamente (patto di stabilità, Mes, elezioni europee alle porte, distinzioni - anche nel centrodestra - con quegli schieramenti di vera e propria destra che il vicepremier Salvini ha già chiamato a raccolta), tutto si protende nella creazione di un’atmosfera dove anche il buonismo si materializza a piene mani e predica - predica - una frase che ben sintetizza che cosa fare in queste giornate anche noiose, mentre si tende a non prendere atto di verità che sono, ormai, entrate tra le ovvie banalità di cui tenere conto. Di quale frase stiamo provando a parlare? La solita, anche in termini di proattiva sagacia: forza, è Natale, non pensiamo sempre alle cose da fare, è il momento di stare tutti uniti, di non litigare, non facciamoci distrarre da animosità proprio fuori luogo. Insomma, almeno a Natale, ricordiamoci che siamo tutti più buoni. Appena ci rimettiamo a lavoro, riattacchiamo tutte le tubature e riprendiamo a litigare.
E’ così, quindi, che prende forma, si stampa in faccia a tanta parte della politica quel pezzo di geografia psicologica che disegna la lontananza (fittizia o reale? Chi può davvero contare di saperlo…) dalle mille questioni che restano aperte - bene aperte, quasi irrisolvibili - e nessuno appare al momento impegnato ad analizzarle e a comprenderle per, magari, addirittura tentare di risolverle.
(continua)
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Nel 2024 l’azienda si appresta a disegnare “i contorni di una nuova governance”.

Fmts Group si apre ai dipendenti, Merola eletta nel Cda

Melara: “Oggi si dà centralità a fattori intangibili come la crescita intellettuale, professionale, relazionale di tutti i collaboratori, il cosiddetto capitale sociale d’impresa, per i quali è necessaria una cultura trasversale”.
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Patrizia Merola e Giuseppe Melara
Nasce la nuova governance per FMTS Group. In questi giorni i circa 400 dipendenti delle ventitré sedi (sedici in Italia e sette all’estero) hanno proceduto all’elezione di chi da gennaio li rappresenterà nel prossimo Consiglio di Amministrazione. La scelta è ricaduta su Patrizia Merola che è espressione della Community, l’organo collegiale composto da dipendenti il cui ruolo consultivo ha un peso nella definizione dei piani strategici dell’azienda e delle politiche di gestione nonché di valorizzazione delle risorse umane. Responsabile dell’Ufficio Rendicontazione Progetti, Patrizia Merola è in organico da dieci anni. Il suo ingresso in FMTS è arrivato subito dopo la laurea in Consulenza e Management Aziendale. “La crescita all’interno del gruppo e la sua capacità di essere un punto di riferimento per tanti colleghi, l’hanno portata ad un altro passo avanti, tanto da scegliere di candidarsi al CdA e ottenere il consenso della maggioranza dei colleghi”, si legge in una nota dell’azienda. Con la trasformazione a Società Benefit, Formamentis, la holding di FMTS Group, “punta sempre di più ad un modello partecipativo che tiene conto dei cambiamenti interni al fine di implementare un ambiente di lavoro a misura di persone. Non si tratta di una sfida ma di un paradigma aziendale fondato su scelte quotidiane compiute all’insegna di una concreta responsabilità sociale. Il 2024 in questo rappresenterà un’ulteriore svolta”, specifica il comunicato diffuso dopo l’elezione.
FMTS Group è un network di imprese che pone al centro della propria attività quotidiana la formazione e il lavoro come elementi generativi per costruire percorsi di crescita continua, finalizzati al potenziamento delle attitudini e al miglioramento delle performance di persone e aziende. Un network che connette aziende e persone, costruendo percorsi di crescita continua e favorendo opportunità di formazione e lavoro. Va ricordato che FMTS nasce come “contrazione della locuzione latina forma mentis e fa riferimento al modo in cui consideriamo - evidenzia l’azienda - e intendiamo la realtà, così come si determina nell’individuo. Gli incontri propizi e i progetti sviluppati ci hanno consentito, con il passare degli anni, di crescere in termini d’esperienza e di know-how, tenendo sempre ben presente che la nostra grande forza è il gruppo”.
Le società operano nel campo della formazione, dei servizi per il lavoro e per la pubblica amministrazione, della mobilità transnazionale e della consulenza progettuale.
(continua)
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La risalita della produttività endogena , (inefficacia degli integratori).

La quasi-rendita e le piccole imprese italiane

"D’altra parte, pur senza voler enfatizzare la cautela con la quale le stime campionarie dell’occupazione devono essere trattate, soprattutto a livello sub-nazionale, dev’essere segnalata la mancanza di qualsiasi indagine (né l’Istat né il Cnel se ne sono finora occupati) che studi l’eventuale relazione esistente fra l’aumento dell’occupazione stimata con tecniche campionarie e l’incremento del lavoro povero".
Lo speciale 1-governance imprese
Come sostenere la produttività
Fabrizio Onida sul Sole 24 Ore del 3 dicembre, oltre che a spiegarci il ruolo degli integratori e degli antibiotici, ci ricorda l’attesa dei documenti di studio di Draghi e di Letta sul futuro del settore manifatturiero in Ue. Sono studi commissionati rispettivamente dalla presidente della commissione europea e dal primo  ministro belga che invece aspira a diventarlo. Salerno Economy accoglie il suggerimento del Prof. Pasquale Persico - un contributo  articolato in due interventi del Dr. Luigi Esposito, storico direttore dell’Unione delle Camere di Commercio della Campania.  Luigi Esposito e Pasquale Persico hanno già scritto insieme negli anni Settanta sui temi delle Pmi (Enciclopedia Storia dell’Italia L’Industria volume 22 Imprenditori ed imprese, ed. Il Sole),  e sull’evoluzione delle dimensioni delle Pmi. Questa volta si approfondisce l’aspetto legato alla possibilità (o all’impossibilità della risalita della produttività totale e/o della produttività delle singole imprese). La lettura consentirà di poter attingere meglio, cioè in maniera critica, dalle considerazioni e riflessioni che Draghi e Letta metteranno nei due documenti attesi. Il primo contributo prende spunto e riparte da alcune considerazioni degli economisti classici, Joan Robinson e Alfred Marshall e dal concetto di quasi-rendita: gli integratori in medicina e non solo entrano in campo per irrobustire la visione strategica delle imprese, con incerta efficacia. Nel secondo intervento, che sarà pubblicato venerdì 22 dicembre, sulle economie esterne (diseconomie) ci vorrebbe nella metafora di Onida un antibiotico adatto per l’intera struttura organizzativa delle istituzioni di area vasta, siano esse imprese, Enti pubblici o organizzazioni non profit, o consorzi e cooperative.  L’approfondimento teorico ed applicato del Dr. Esposito, invece , entra nella critica specifica del come misurare la presenza della quasi rendita e delle economie esterne per connetterla in modo efficace alla politica economica che ispira la Finanziaria o le richieste di partecipazione agli obiettivi del Pnrr e del futuro Patto di stabilità

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di Luigi Esposito

Il concetto (non meramente contabile, e comunque mai accolto esplicitamente nei rigidi schemi della Contabilità economica nazionale) di quasi-rendita, richiamato dalla Robinson nel testo citato, non è chiaramente definito dal Marshall, che una volta parla, in verità molto genericamente, della quasi-rendita come del reddito derivante dalle macchine e da altri strumenti di produzione costruiti dall’uomo, un’altra dell’eccedenza dei ricavi monetari totali rispetto alla “spesa diretta”. La Robinson accoglie sostanzialmente tale definizione con la quale individua la quasi-rendita nel profitto realizzato dall’impresa al netto dei costi diretti e, in particolare del costo del lavoro, considerato al lordo degli ammortamenti e delle rendite; insomma, è il surplus  con cui l’imprenditore pagherà le rendite (soprattutto interessi passivi e fitti dei fabbricati) e coprirà l’onere degli ammortamenti.  Sembra opportuno rammentare che per avere qualche indicazione sull’entità di tali rendite in Italia si fa riferimento talvolta all’indagine campionaria della BDL  sui bilanci delle famiglie, che tuttavia non è certo utile ai fini della quantificazione della quasi-rendita a livello d’impresa e, purtroppo, non sono utili neanche le Tavole input output dell’Istat. Ora si consideri p.e. una piccola impresa - convenzionalmente sono, nella classificazione Istat, quelle con meno di 50 addetti, distinguendo per la verità fra imprese individuali con un solo addetto (la cui consistenza in termini di imprese è largamente menzognera), microimprese da 2 a 9 addetti e piccole imprese in senso stretto da 10 a 49 addetti - che abbia preso in affitto un immobile per la produzione e per lo stoccaggio di materie prime e di prodotti finiti, essa dovrà poter beneficiare di una quasi-rendita, coprendo totalmente i salari, con la quale pagare l’affitto e le eventuali altre rendite di rapina dovute alla malavita organizzata, e far fronte anche agli interessi passivi dovuti alle banche e/o eventualmente ad altre organizzazioni malavitose. Quest’imprenditore, stretto fra monte salari da un lato e rendite di vario tipo dall’altro, reagisce normalmente cercando di abbattere il costo del lavoro. Le tecniche per ridimensionare tale costo sono note; in particolare, in presenza di evasione contributiva e di mancato rispetto delle norme contrattuali (anche di quelle  relative all’aspetto della sicurezza), si parlerà di ricorso al lavoro “povero”, in organizzazioni aziendali sgangherate di questo tipo, è certamente possibile che la bassa produttività del lavoro sia contrastata attraverso l’aumento del lavoro povero, con un incremento dell’occupazione puramente formale, segnalata comunque dall’indagine trimestrale campionaria sule forze di lavoro dell’Istat e salutata con entusiasmo da alcune forze politiche anche quando la qualità, appunto, di tale occupazione è perlomeno dubbia. D’altra parte, pur senza voler enfatizzare la cautela con la quale le stime campionarie dell’occupazione devono essere trattate, soprattutto a livello sub-nazionale, dev’essere segnalata la mancanza di qualsiasi indagine (né l’Istat né il Cnel se ne sono finora occupati) che studi l’eventuale relazione esistente fra l’aumento dell’occupazione stimata con tecniche campionarie e l’incremento del lavoro povero.
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Apparteneva a un tipo di calcio dove ancora non si giocava in considerazione degli stipendi e dei premi partita che sarebbero copiosamente arrivati dopo.

Anquilletti, senso pratico e mai un cartellino rosso

Sempre presente nel Milan di Rocco e Rivera che riuscì a vincere - 1969 - Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale con la maglia da titolare. Il suo vero insegnamento: mai un cartellino rosso, perché rispettava, sempre, il suo avversario.
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Mario Angelo Anquilletti
(Er.Pa.) - «Anquilletti non è precisamente uno stilista, bensì un pratico. Si attacca all’avversario, sia esso un’ala o un centravanti, e non lo molla per nessun motivo al mondo. Lo stile è rozzo ma la dedizione è tale che riesce a far sempre la sua brava figura». Le parole di Gianni Brera - come in tante altre occasioni in quegli anni di calcio avventuroso e, in ogni caso, costruttivo, a considerare bene come, poi, si articolarono le cose, fino alla realizzazione dell’evento vittorioso e imprevisto degli anni ’80 in Spagna - anche questa volta pongono il sigillo su una verità confermata dai fatti (tanti) e dall’emergere di un gigante, per certi versi specifici da avvicinare a Tarcisio Burgnich, ma, in fondo, autonomo e propositivo come pochi altri tra quelle generazioni sempre presenti e combattive, destinate a un cammino glorioso in quella prospettiva che il calcio degli ’60 e ’70 riuscì a delineare con chiarezza e precisione, ben al di là della dimensione letteraria che, inevitabilmente, fu quasi costretto ad assumere in seguito.
Mario Angelo Anquilletti (San Donato Milanese, 25 aprile 1943/Milano, 9 gennaio 2015) apparteneva a un tipo di calcio dove non si giocava in considerazione degli stipendi e dei premi partita e di tutte le clausole aggiuntive che sarebbero copiosamente arrivati dopo. Tanto è vero che a fine carriera Anquilletti fece bene a investire investire i guadagni del calcio in alcune iniziative che sembravano buone a farli fruttare bene. Ma non riuscì in questa impresa e Roberto Donadoni - dopo la sua morte a 71 anni (nel 2015) in seguito a una lunga malattia - fu vicino ai figli per affrontare i problemi finanziari maturati e recuperando la vendibilità della casa di proprietà.
Rimase impressa, nella memoria dei tifosi, l’abilità di Anquilletti nel marcare gli avversari, sempre con tempestività, ma anche con inarrivabile spirito combattivo, senza mai valicare i limiti della correttezza che aveva sempre in mente come principio ispiratore.
Fin dagli esordi - con la Solbiatese in serie D (1964-1965) - mostrò da terzino destro particolare attenzione e capacità nel marcare l’avversario, dote che convinse l’Atalanta (squadra di serie A) a prenderlo nel proprio organico. L’esordio, con i bergamaschi (15 novembre 1964) a 21 anni di età, avvenne in Sardegna, a Cagliari e fu vincente (1-0). Due stagioni con i nerazzurri e, poi, il grande salto nella storia di quel magico Milan che lo consacrò un campione a tutti gli effetti. Era il 1966, Anquilletti aveva 23 anni: indossò la maglia con i colori rossoneri per undici anni (per arrivare al 1977) e costruì con il tedesco Karl-Heinz Schnellinger una coppia difensiva di alto livello, fondamentale nelle vittorie del Milan di quel periodo.
(continua)
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