Nel momento del buonismo prevalente a nessuno interessa dirimere la strutturale contesa tra centrodestra e (centro) sinistra.
Cari ragazzi, è Natale: non siamo tutti più buoni?
E’ così che prende forma, si stampa in faccia a tanta parte della politica quel pezzo di geografia psicologica che disegna la lontananza (fittizia o reale?) dalle mille questioni che restano aperte - bene aperte, quasi irrisolvibili - e nessuno appare al momento impegnato ad analizzarle e a comprenderle per, magari, addirittura tentare di risolverle.

L'Italia si riflette in se stessa
E’ così, quindi, che prende forma, si stampa in faccia a tanta parte della politica quel pezzo di geografia psicologica che disegna la lontananza (fittizia o reale? Chi può davvero contare di saperlo…) dalle mille questioni che restano aperte - bene aperte, quasi irrisolvibili - e nessuno appare al momento impegnato ad analizzarle e a comprenderle per, magari, addirittura tentare di risolverle.
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Nel 2024 l’azienda si appresta a disegnare “i contorni di una nuova governance”.
Fmts Group si apre ai dipendenti, Merola eletta nel Cda
Melara: “Oggi si dà centralità a fattori intangibili come la crescita intellettuale, professionale, relazionale di tutti i collaboratori, il cosiddetto capitale sociale d’impresa, per i quali è necessaria una cultura trasversale”.

Patrizia Merola e Giuseppe Melara
FMTS Group è un network di imprese che pone al centro della propria attività quotidiana la formazione e il lavoro come elementi generativi per costruire percorsi di crescita continua, finalizzati al potenziamento delle attitudini e al miglioramento delle performance di persone e aziende. Un network che connette aziende e persone, costruendo percorsi di crescita continua e favorendo opportunità di formazione e lavoro. Va ricordato che FMTS nasce come “contrazione della locuzione latina forma mentis e fa riferimento al modo in cui consideriamo - evidenzia l’azienda - e intendiamo la realtà, così come si determina nell’individuo. Gli incontri propizi e i progetti sviluppati ci hanno consentito, con il passare degli anni, di crescere in termini d’esperienza e di know-how, tenendo sempre ben presente che la nostra grande forza è il gruppo”.
Le società operano nel campo della formazione, dei servizi per il lavoro e per la pubblica amministrazione, della mobilità transnazionale e della consulenza progettuale.
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La risalita della produttività endogena , (inefficacia degli integratori).
La quasi-rendita e le piccole imprese italiane
"D’altra parte, pur senza voler enfatizzare la cautela con la quale le stime campionarie dell’occupazione devono essere trattate, soprattutto a livello sub-nazionale, dev’essere segnalata la mancanza di qualsiasi indagine (né l’Istat né il Cnel se ne sono finora occupati) che studi l’eventuale relazione esistente fra l’aumento dell’occupazione stimata con tecniche campionarie e l’incremento del lavoro povero".

Come sostenere la produttività
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di Luigi Esposito
Il concetto (non meramente contabile, e comunque mai accolto esplicitamente nei rigidi schemi della Contabilità economica nazionale) di quasi-rendita, richiamato dalla Robinson nel testo citato, non è chiaramente definito dal Marshall, che una volta parla, in verità molto genericamente, della quasi-rendita come del reddito derivante dalle macchine e da altri strumenti di produzione costruiti dall’uomo, un’altra dell’eccedenza dei ricavi monetari totali rispetto alla “spesa diretta”. La Robinson accoglie sostanzialmente tale definizione con la quale individua la quasi-rendita nel profitto realizzato dall’impresa al netto dei costi diretti e, in particolare del costo del lavoro, considerato al lordo degli ammortamenti e delle rendite; insomma, è il surplus con cui l’imprenditore pagherà le rendite (soprattutto interessi passivi e fitti dei fabbricati) e coprirà l’onere degli ammortamenti. Sembra opportuno rammentare che per avere qualche indicazione sull’entità di tali rendite in Italia si fa riferimento talvolta all’indagine campionaria della BDL sui bilanci delle famiglie, che tuttavia non è certo utile ai fini della quantificazione della quasi-rendita a livello d’impresa e, purtroppo, non sono utili neanche le Tavole input output dell’Istat. Ora si consideri p.e. una piccola impresa - convenzionalmente sono, nella classificazione Istat, quelle con meno di 50 addetti, distinguendo per la verità fra imprese individuali con un solo addetto (la cui consistenza in termini di imprese è largamente menzognera), microimprese da 2 a 9 addetti e piccole imprese in senso stretto da 10 a 49 addetti - che abbia preso in affitto un immobile per la produzione e per lo stoccaggio di materie prime e di prodotti finiti, essa dovrà poter beneficiare di una quasi-rendita, coprendo totalmente i salari, con la quale pagare l’affitto e le eventuali altre rendite di rapina dovute alla malavita organizzata, e far fronte anche agli interessi passivi dovuti alle banche e/o eventualmente ad altre organizzazioni malavitose. Quest’imprenditore, stretto fra monte salari da un lato e rendite di vario tipo dall’altro, reagisce normalmente cercando di abbattere il costo del lavoro. Le tecniche per ridimensionare tale costo sono note; in particolare, in presenza di evasione contributiva e di mancato rispetto delle norme contrattuali (anche di quelle relative all’aspetto della sicurezza), si parlerà di ricorso al lavoro “povero”, in organizzazioni aziendali sgangherate di questo tipo, è certamente possibile che la bassa produttività del lavoro sia contrastata attraverso l’aumento del lavoro povero, con un incremento dell’occupazione puramente formale, segnalata comunque dall’indagine trimestrale campionaria sule forze di lavoro dell’Istat e salutata con entusiasmo da alcune forze politiche anche quando la qualità, appunto, di tale occupazione è perlomeno dubbia. D’altra parte, pur senza voler enfatizzare la cautela con la quale le stime campionarie dell’occupazione devono essere trattate, soprattutto a livello sub-nazionale, dev’essere segnalata la mancanza di qualsiasi indagine (né l’Istat né il Cnel se ne sono finora occupati) che studi l’eventuale relazione esistente fra l’aumento dell’occupazione stimata con tecniche campionarie e l’incremento del lavoro povero.
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Apparteneva a un tipo di calcio dove ancora non si giocava in considerazione degli stipendi e dei premi partita che sarebbero copiosamente arrivati dopo.
Anquilletti, senso pratico e mai un cartellino rosso
Sempre presente nel Milan di Rocco e Rivera che riuscì a vincere - 1969 - Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale con la maglia da titolare. Il suo vero insegnamento: mai un cartellino rosso, perché rispettava, sempre, il suo avversario.

Mario Angelo Anquilletti
Mario Angelo Anquilletti (San Donato Milanese, 25 aprile 1943/Milano, 9 gennaio 2015) apparteneva a un tipo di calcio dove non si giocava in considerazione degli stipendi e dei premi partita e di tutte le clausole aggiuntive che sarebbero copiosamente arrivati dopo. Tanto è vero che a fine carriera Anquilletti fece bene a investire investire i guadagni del calcio in alcune iniziative che sembravano buone a farli fruttare bene. Ma non riuscì in questa impresa e Roberto Donadoni - dopo la sua morte a 71 anni (nel 2015) in seguito a una lunga malattia - fu vicino ai figli per affrontare i problemi finanziari maturati e recuperando la vendibilità della casa di proprietà.
Rimase impressa, nella memoria dei tifosi, l’abilità di Anquilletti nel marcare gli avversari, sempre con tempestività, ma anche con inarrivabile spirito combattivo, senza mai valicare i limiti della correttezza che aveva sempre in mente come principio ispiratore.
Fin dagli esordi - con la Solbiatese in serie D (1964-1965) - mostrò da terzino destro particolare attenzione e capacità nel marcare l’avversario, dote che convinse l’Atalanta (squadra di serie A) a prenderlo nel proprio organico. L’esordio, con i bergamaschi (15 novembre 1964) a 21 anni di età, avvenne in Sardegna, a Cagliari e fu vincente (1-0). Due stagioni con i nerazzurri e, poi, il grande salto nella storia di quel magico Milan che lo consacrò un campione a tutti gli effetti. Era il 1966, Anquilletti aveva 23 anni: indossò la maglia con i colori rossoneri per undici anni (per arrivare al 1977) e costruì con il tedesco Karl-Heinz Schnellinger una coppia difensiva di alto livello, fondamentale nelle vittorie del Milan di quel periodo.
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