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Salerno Economy VIII.05- 01.02.2019

Come cambia lo scenario dell’informazione tradizionale al tempo dei social.

Giornali “glocali”, sfida cruciale per il Sud

Ha ancora senso fare distinzioni tra giornalismo “locale” e “nazionale”? Nell’era delle autostrade digitali e della degerarchizzazione delle notizie (e delle fonti) è sempre più necessario costruire “prodotti” editoriali capaci di imporre la propria agenda a prescindere dal posizionamento geografico.
Immagine Glocal giornali carta stampata
Etica della responsabilità (?)
La prevalenza delle suggestioni mediatiche rispetto alla descrizione realistica del quadro economico – e dello scenario politico – è, ormai, una costante di cui tenere prioritariamente conto per tentare di mettere più o meno a fuoco le dinamiche in atto. Naturalmente, le cose si complicano non poco se l’osservatorio dal quale, per forza di cose, si sviluppa l’analisi è posizionato in una provincia del Sud: in questo caso è ancora più difficile riuscire a “leggere” con immediatezza non solo i trend produttivi, ma anche le evoluzioni convulse del quotidiano “teatrino” della politica. E’ evidente che il ruolo dei media più tradizionali – che dovrebbero rivelarsi più adeguati ad approfondire tematiche (e problematiche) fortemente impattanti sulla quotidianità delle diverse fasce di popolazione – diventa ancora più fondamentale. Va da sé che, invece, in molti casi la “filiera” dell’informazione locale non riesce a dare risposta a questa domanda di notizie e di analisi che nella maggior parte dei casi resta, per così dire, “inevasa”. E’ ovvio che non è una criticità inerente soltanto alla “filiera” dell’informazione locale meridionale. Ma è altrettanto chiaro che la debolezza – da vari punti di vista, a cominciare dai numeri diffusionali – è molto più consistente al Sud che al Nord.
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Effetto Prisma. L’ansia comunicativa (spesso strumentale) offusca il valore reale delle rilevazioni statistiche.

Analisi, indicatori e “letture” dei territori

Non sempre la nati-mortalità delle imprese segnala la buona salute produttiva di micro e macro aree del Paese. In molti casi la diminuzione del numero delle aziende evidenzia processi di crescita qualitativa e competitiva.
Immagine numeri-Numeri Economia
Tra numeri e "narrazioni"
di Maria Teresa Cuomo e Ernesto Pappalardo

Sotto il profilo della nati-mortalità, la demografia imprenditoriale può certamente considerarsi foriera di positività, soprattutto in aree geografiche tradizionalmente caratterizzate da deficit strutturali in termini di iniziative economiche private. Al contempo, però, non deve neppure alimentare facili ottimismi. Su questo fronte i numeri dell’economia salernitana segnalano nel 2018 un saldo positivo: sono state, infatti, 7.590 le imprese iscritte nei registri camerali a fronte di 6.225 che hanno chiuso i battenti, registrando un tasso di crescita dell’1,13% sull’anno precedente, tra i più alti a livello nazionale (Unioncamere 2018). Il dato in sé, per quanto consolante, lasciando intravedere la presenza sia di un’attrattività territoriale - place based - sia di connessi vuoti di offerta, può essere considerato davvero soddisfacente solo se letto in relazione ad altre dinamiche economiche. Evidentemente in presenza di un saldo demografico positivo va investigata attentamente la qualità delle iniziative presenti, anche sotto il profilo settoriale, valutando la capacità imprenditoriale di trasformare l’attrattività localizzativa in sviluppo reale dell’area. Per innescare tale processo, però, occorrono almeno due requisiti concatenati.
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L’incredibile ricorso nel colloquio orale alle tre buste per scegliere quali argomenti il candidato dovrà trattare.

Se l’esame di maturità diventa un “quizzone” televisivo

Il 19 febbraio in tutte le scuole si svolgeranno le simulazioni con nuove griglie e tecniche di valutazione delle competenze degli studenti. Ma come prepararsi ancora non si sa.
Foto Gilda Ricci
Gilda Ricci
di Gilda Ricci

Siamo ai primi del mese di febbraio 2019 e tra pochi mesi gli studenti affronteranno un esame importante che segnerà il loro futuro non solo universitario, formativo ma forse anche lavorativo, seppur per alcuni tra loro, e soprattutto culturale, umano. Ma andiamo indietro di qualche anno, quando anche dalla città di Salerno e da moltissime scuole, associazioni professionali, sindacati, gruppi e movimenti culturali partì una petizione con la quale furono raccolte migliaia di firme per la richiesta, all’allora Ministro dell’Istruzione-Università-Ricerca, di abolizione di un’inutile terza prova, detta anche “quizzone”, che le varie commissioni potevano organizzare anche in modo misto, tra risposte chiuse, multiple o aperte. Poiché risultava - da una statistica dello stesso MIUR - che il 93% degli studenti, pur superando brillantemente sia la prima che la seconda prova scritta ed anche il colloquio orale, naufragavano puntualmente tra le crocette del “quizzone”, la petizione dei docenti ne chiese l’abolizione ritenendola altresì limitata e limitante. Infatti sappiamo bene quanto il pensiero divergente non sempre sia parallelo o incontri quello convergente.

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Il procedere per rancori ed accuse ci sta portando verso una sterile dicotomia del “sì” o del “no”.

Identità culturali, violenza e ritardo della politica

La speranza di una civiltà plurale si allontana a vantaggio di una civiltà delle nazioni già sperimentata e fuori dalla storia dei flussi delle merci e delle persone.
Foto Pasquale Persico
Pasquale Persico
di Pasquale Persico

Il bel libro di Franco Fabbro - “Identità culturale e violenza”, Bollati Boringhieri - offre l’opportunità di uscire dallo sterile dibattito politico che governo ed opposizioni ci offrono; il loro procedere per rancori ed accuse ci sta portando tutti a dibattere attraverso la sterile dicotomia del “sì” o del “no” rispetto alle diverse proposte, frammentando ogni visione che si proponga di ragionare sulle origini e sulle soluzioni dei problemi che affliggono l’Italia e l’Europa. Intanto, la tappa delle elezioni europee si avvicina e noi ancora non riusciamo a compendere il messaggio di Camus ripetuto da Franco Fabbro nel libro appena citato. Ancora Camus. Esporre precocemente i bambini e possibilmente anche gli adulti alla pluralità delle lingue e delle religioni, secondo ricerche consolidate, favorirebbe una più efficace regolazione dei comportamenti aggressivi. L’autocoscienza di una civiltà plurale allontanerebbe la rivendicazione dell’identità culturale e storica immersa nella retorica populista che allontana la complessità delle diagnosi sulle cose da fare.

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Gli impatti ambientali sono destinati a peggiorare notevolmente entro il 2050.

Cibo, ancora troppi inutili sprechi

Nonostante sia in atto già da qualche anno una vera e propria rivoluzione degli stili di alimentazione, ancora non si percepisce pienamente la reale dimensione dell’emergenza-fame nel mondo.
Foto D’Antonio Giuliano
Giuliano D'Antonio
di Giuliano D’Antonio*

Uno dei problemi sui quali si focalizza a corrente alternata l’attenzione generale – ed in primo luogo del sistema mediatico – è quello relativo allo spreco di cibo che è strettamente connesso all’approccio delle singole persone alla propria dieta alimentare (con particolare riferimento all’esigenza di introdurre meno proteine, meno carne e più vegetali). Nonostante sia in atto già da qualche anno una vera e propria rivoluzione degli stili di vita con una crescente sensibilità alla tutela salutistica, per molti versi risulta ancora predominante una mentalità derivante dalla mancata conoscenza delle dimensioni e della complessità dell’emergenza-fame nel mondo. Lo spreco e la perdita di cibo riguarda quasi un terzo della produzione. Ad approfondire la recente analisi di Joao Campari - leader mondiale Food program del WWF - si comprende con chiarezza in quale situazione siamo venuti a trovarci. “Il sistema agro-alimentare - ha spiegato - è malato. Dovrebbe essere in grado di proteggere la biodiversità fornendo al contempo cibo sufficiente a tutte le generazioni presenti e future. Al momento, invece, è la più grande minaccia per la natura, per il clima, nonostante miliardi di persone siano ancora malnutrite. Senza un'azione concertata, gli impatti ambientali sono destinati a peggiorare notevolmente entro il 2050”.

*Presidente Fonmed (Fondazione Sud per la Cooperazione e lo Sviluppo del Mediterraneo)

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