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A proposito di un convegno organizzato nel 1972 a Perugia dalla sinistra democristiana.
Rendite occulte, pressione fiscale e miopia politica
Oggi lo scontro si concentra prevalentemente sulle dinamiche della tassazione che diventano strumento ideologico di ricerca del consenso: i voti contano più del principio di salvaguardia della dignità istituzionale.

di Pasquale Persico*

E’ molto interessante proporre un significativo parallelismo tra le tesi di Siro Lombardini sulle rendite ed il “richiamo” tecnico di Giuseppe Pisauro (Ufficio Bilancio del Parlamento) sulla manovra. Nel 1972, un gruppo di esperti – guidati da Siro Lomabardini e Beniamino Andreatta – che facevano riferimento alla corrente della sinistra Dc (una delle mille anime della Democrazia Cristiana) organizzò un importante convegno (a Perugia) sui temi del peso delle rendite e dei capitali sempre crescenti per il loro tramite. A presiedere il convegno fu Giulio Andreotti (che non c’entrava granché con la sinistra Dc) che mantenne ferma l’idea del primato della politica, fino ad affermare, provocatoriamente, che avrebbe ascoltato tutti, anche i tassisti, per, poi, alla fine riproporre sempre e comunque la superiorità decisionale del livello politico su quello tecnico. La tesi di Lombardini era sostanzialmente semplice: lo sviluppo delle imprese monopolistiche é un elemento caratterizzante delle moderne economie. Ma a una prima fase in cui esse investono e portano progresso tecnologico, ne segue una seconda di consolidamento, nella quale esse sono soprattutto impegnate a difendere le posizioni monopolistiche acquisite, rallentando gli investimenti tecnologici e aumentando le spese  per una politica di differenziazione. L’effetto complessivo, già evidenziato da J.Steindl, si configura, quindi, nelle fluttuazioni cicliche e nella stagnazione. Il capitale monopolistico, allora, sollecita lo Stato affinché intervenga sul livello e sulla composizione della domanda pubblica, attivando politiche micro in direzioni ad esso favorevoli.

Le caratteristiche del nostro sistema distributivo, le deficienze della nostra legislazione urbanistica, le strutture e la modalità di funzionamento delle nostra Pubblica Amministrazione, hanno reso inevitabile la formazione di cospicue rendite patologiche che hanno assorbito (e quindi sprecato) una parte non trascurabile dell’aumento della produttività del settore industriale. A queste rendite patologiche  si aggiungono altre rendite – anche per la pressione esercitata dai lavoratori che non riescono a trovare occupazione stabile nelle attività produttive in senso stretto- e si mantengono in vita strutture organizzative che rallentano l’introduzione di nuove tecnologie che potrebbero ridurre notevolmente i margini delle rendite complessive.

Oggi lo scontro si concentra sulla pressione fiscale – come strumento ideologico – che nasconde processi di rendite (affermando di volerle eliminare), ma, come diceva Andreotti,  senza escludere i tassisti dal dibattito: calzante metafora del principio che i voti contano più del ragionamento istituzionale.

La verità è che le rendite occulte sono fin troppe, ma oggi sembra prendere sempre più piede uno scenario politico-istituzionale che riduce ogni battaglia di ampio respiro ad un ruolo di testimonianza – come quello di Lombardini – nella speranza che si esca dalla logica miope alla base del prevalere della maggioranza semplice. In questo modo prevarrà il votante marginale piuttosto che il voto del residente equivalente, cioè di colui che realmente concorre allo sviluppo ma che non conta come cittadino votante o presente.

*Economista

 

Foto Pasquale Persico
Pasquale Persico
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