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Tra le conseguenze della lunga recessione si segnala l’ampliamento delle “distanze” sociali con il resto del Paese.
Nord/Sud tra disuguaglianze e “cittadinanza limitata”
Il rapporto Svimez. “Ancora oggi a chi vive nelle aree meridionali, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali mancano, o sono carenti, diritti fondamentali in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia”.

Tra le varie conseguenze del lungo periodo di recessione verificatosi negli anni scorsi si registra quella relativa all’intensificarsi del divario tra le varie aree del Paese. La Svimez ha già da tempo segnalato – e, poi, evidenziato, nel corso della presentazione del suo ultimo rapporto – “l’ampliamento delle disuguaglianze territoriali sotto il profilo sociale”, che  “riflette un forte indebolimento della capacità del welfare di supportare le fasce più disagiate della popolazione”. La Svimez richiama l’attenzione sugli indicatori riferiti agli standard dei servizi pubblici con particolare riferimento al settore dei servizi socio-sanitari “che maggiormente impattano sulla qualità della vita e incidono sui redditi delle famiglie”. A cominciare dal dato sul grado di soddisfazione dei cittadini per l’assistenza medico-ospedaliera: “al Sud solo 143 mila su 530 mila ricoverati lo sono (il 27%), nel Centro-Nord 566 mila su 1.270 mila (il 44,6%)”. Per la Svimez siamo in presenza di una vera e propria cittadinanza “limitata” – “connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni” – che “incide sulla tenuta sociale del Sud e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Ancora oggi a chi vive nelle aree meridionali, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali – scrive sempre la Svimez – mancano, o sono carenti, diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia”.

L’abbandono scolastico e il basso tasso di occupazione dei laureati.

La Svimez denuncia “una marcata divaricazione tra partecipazione all’istruzione e scolarizzazione. Nella scuola primaria, nell’anno scolastico 2016/2017, il tempo pieno c’è stato in oltre il 40% degli istituti del Centro-Nord, mentre al Sud ha riguardato appena il 16% delle scuole e addirittura il 13% nelle isole. Inoltre, i tassi di partecipazione al Sud sono sì superiori al 95%, ma il tasso di scolarizzazione dei 20-24enni è notevolmente inferiore, a causa di un rilevante e persistente tasso di abbandono scolastico”. Nel Mezzogiorno “sono circa 300 mila (299.980) i giovani che abbandonano, il 18,4%, a fronte dell’11,1% delle regioni del Centro-Nord. E i valori più elevati si registrano per i maschi, addirittura il 21,5% nel Sud”.

Nel Mezzogiorno “sono presenti livelli qualitativamente inferiori, dai trasporti, alle mense scolastiche, ai materiali didattici. Sul tasso di apprendimento al Sud pesa anche il contesto economico-sociale e territoriale: la disoccupazione, la povertà diffusa, l’esclusione sociale, la minore istruzione delle famiglie di provenienza e, soprattutto, la mancanza di servizi pubblici efficienti influenzano i percorsi scolastici e l’apprendimento”.

Dati sconfortanti anche in merito al tasso di occupazione per i diplomati e i laureati che “nel Mezzogiorno a tre anni dalla laurea è testimoniato – secondo i calcoli della Svimez – da questi dati: appena 70 mila su 160 mila (43,8%), contro i 220 mila su 302 mila (72,8%) del Centro Nord”. E “ciò spiega perché negli ultimi 15 anni c’è stato un aumento dei giovani del Sud emigrati verso il Centro-Nord e/o l’estero: nell’anno accademico 2016/2017, i giovani del Sud iscritti all’università sono circa 685 mila circa, di questi il 25,6%, studia in un ateneo del Centro-Nord. Nello stesso anno accademico il movimento migratorio per studio ha interessato, quindi, circa il 30% dell’intera popolazione rimasta a studiare in atenei meridionali”.

Notevoli le conseguenze di questa situazione che “comporta, oltre alla perdita di capitale umano, una minore spesa per consumi privati, in diminuzione al Sud, e una minore spesa per istruzione universitaria da parte della Pubblica Amministrazione”.

(Fonte: svimez.it/ 08.11.2018)

 

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