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La “malattia” populista ha trovato una risposta, quantomeno temporanea, nella “cura” dei tecnici.
Ma la democrazia (italiana) appare resistente a tentazioni autocratiche
Draghi va avanti e i partiti lo seguono stretti tra narcosi, repentini risvegli e crisi di astinenza. E’ la scena che al momento si vede.

di Mariano Ragusa

Il populismo è in agonia? Con la Lega, organicamente nel governo e su poltrone ministeriali pesanti, e i Cinque Stelle che senza esserci riusciti con il Parlamento adesso stanno aprendo se stessi come una scatoletta di tonno disarmando l’apparato ideologico che li aveva spinti al successo elettorale, esiste ancora nel sistema politico italiano un variabile importante riferibile al populismo?

Permangono i sintomi ma il fenomeno con ogni probabilità sta mutando fisionomia per tradursi in qualcosa di ancora poco definibile. Tanto per dire: che c’è in termini di sostanza politica, programmatica e valoriale nella svolta del M5S, oltre l’enunciata generica attenzione all’area moderata come affermato dall’ex premier Giuseppe Conte annunciando la mutazione del Movimento di cui ha assunto la guida?

Discorso non dissimile riguarda la Lega: il partito personale salviniano e la sua squadra di governativi sono volti della stessa medaglia o anche da quelle parti si va profilando una linea di faglia dagli esisti imprevedibili?

 Il populismo non è sconfitto.

Giovanni Orsina, docente universitario e scienziato della politica, ha raffreddato le interpretazioni entusiastiche quanto superficiali invitando all’analisi ragionata.  “Storicamente – ha spiegato in una recente intervista all’Huffington Post – il populismo va a ondate. Ormai abbiamo la memoria corta, ma il populismo non è una roba dei nostri tempi: a prescindere dalle radici ottocentesche del fenomeno, in epoca più vicina a noi se ne discute dagli anni Settanta. I partiti cosiddetti populisti sono un effetto della crisi della democrazia rappresentativa: ne denunciano l’incapacità di coniugare il “basso” con l’“alto”, il “paese reale” col “paese legale”, e danno voce alla rivolta conseguente del basso contro l’alto. È possibile in effetti che l’ultima ondata populista, che in Italia è montata nel 2013 e nel mondo tre anni dopo con Trump e Brexit, sia in una fase di riflusso. Ma, appunto, rifluisce l’ondata, non necessariamente il fenomeno”.

Il travaglio penta-stellato, che spinge l’ex Movimento del Vaffa verso l’area politico-elettorale presidiata dal Pd, emerge anche dai sondaggi. Non solo per le sue specifiche calanti quotazioni di gradimento, ma in relazione al primato che proprio il Pd ha conquistato. Un segnale che Conte e Di Maio non potranno non valutare nell’indirizzare il nuovo percorso orientato ad alleanze con i Dem. I dati di sondaggio avvertono che il passo assunto non sembrerebbe promettere exploit.

Travaglio, forse più crudo quanto silenzioso, colpisce anche la Lega. L’ingresso nella stanza dei bottoni è accompagnata – sempre seguendo i sondaggi – dall’avanzata del Pd e soprattutto dalla cavalcata inarrestabile del partito di Giorgia Meloni, unica forza di opposizione e facile riferimento per l’opinione pubblica populista “dura e pura”.

Il fatto è che il populismo costituisce il “lato oscuro” della democrazia rappresentativa e nel collasso e nello sfrangiamento di quest’ultima, trova il suo spazio di azione configurandosi come soggetto politico. Siamo oltre lo schema della fisiologica alternanza di forze politiche che si contendono il potere. Piuttosto siamo nel fuoco della crisi del sistema democratico, delle sue forme di organizzazione dello Stato e di costruzione del consenso. Siamo in quella situazione che Orsina fotografa evidenziando “l’incapacità di coniugare il “basso” con l’“alto”, il “paese reale” col “paese legale” nella quale si insinua l’azione di soggetti politici che “danno voce alla rivolta conseguente del basso contro l’alto”.

Nella crisi della rappresentanza, nel disallineamento tra potere e consenso, il populismo gioca la sua partita replicando nella sua fisiologia operativa quella crisi da cui è nato. Il suo porsi come alternativa coincide con un cambio di sistema il cui equilibrio ideale sarebbe un sistema autocratico basato sul rapporto semplificato tra capo (visibile) e popolo (indistinto). Il tema richiederebbe più puntuali approfondimenti di vaglio storico. Non è evidentemente questa la sede. Se non per una affermazione assertiva: malmessa, in affanno, vulnerata da vecchie e nuove fragilità la democrazia italiana appare resistente a tentazioni autocratiche. E’ un dato di fatto, tuttavia non una assoluta garanzia.

La parabola di Salvini.

Più dei Cinque stelle è la parabola (per ora non discendente) del leader della Lega a mimare quella natura del populismo come “rivoluzione permanente” che alimenta, nutrendosene a fini di consenso, la crisi della democrazia rappresentativa.

Un filo di continuità lega la richiesta dei “pieni poteri” lanciata tra posture caricaturali ed involontaria autoironia al Papeete con il “doppio registro” praticato dal leader leghista nel tempo del governo Draghi, del quale il Carroccio è azionista influente.

Il suo ruolino di marcia è scandito da una corsa a mezzo tweet fatta di anticipazioni di ciò che un attimo dopo sarà atto formale nelle decisioni del premier, per simulare una sorta di primogenitura. E quando il campo è poco agibile, ecco che Salvini scarta di lato travestendosi da antagonista in nome del popolo. Come nel caso più recente della polemica sui vaccini accesa dalla tragica morte della diciottenne che aveva assunto il farmaco. “Il pensiero va a Camilla – ha dichiarò il Matteo leghista – e a coloro che hanno pensato di usare bimbi e ragazzi come cavie da laboratorio”.

Salvini abbaia, i suoi ministri tacciono e non deviano dalla strada indicata da Draghi. Solo un gioco delle parti per tenere in vita – in prospettiva elettorale ed anti Meloni – la Lega “di lotta e di governo”? E’ anche questo. Ma non solo. Su questa doppia (presunta) anima la Lega sarà chiamata presto a scegliere. E’ il suo travaglio. Non dissimile da quello che riguarda tutti i partiti. Perché se il populismo è il “lato oscuro” della democrazia che si illumina per effetto della crisi di quest’ultima, è evidente che il tema della riforma/rifondazione del sistema è priorità dell’agenda di ogni attore partitico in campo.

La “variabile strutturale” di Draghi.

Le briglie al populismo non le ha messe una democrazia colpita da un sussulto di capacità e di orgoglio. La “malattia” populista ha trovato una risposta, quantomeno temporanea, nella “cura” tecnocratica; da un rientro in prima linea dei tecnici e dei poteri neutri; realtà orientate al fare senza il vincolo obbligatorio di consenso popolare. La democrazia acciaccata, pur rimanendo ancorata ai suoi fondamentali, ha compiuto un passo di lato. Ha riconosciuto la propria debolezza. Si è inevitabilmente (e auto-difensivamente), consegnata ad una pratica di governo che per riflesso asimmetrico rispetto al populismo, traccia il passo di un cambiamento di sistema in un contesto tuttavia assai diverso da analoghe esperienze (vedi governo Monti). Perché allora c’era da scontare una passività mettendo i conti del debito a posto; adesso, dopo la tempesta della pandemia, ci sono risorse importanti e il compito di ridisegnare il modello di Paese proiettato sul futuro lungo.

Quel sentore di governo del Presidente o magari di premierato passeranno dalla suggestione mediatica alla compiuta coerente nuova configurazione di sistema istituzionale? Detto altrimenti: il modello Draghi aprirà la strada ad un riassetto della nostra Repubblica? O si esaurirà nella mera logica della scialuppa di salvataggio? Non sembrano interrogativi inopportuni. Toccano anche il cuore e la sostanza che il Recovery plan incarna: risorse da investire e riforme per consentire che la spesa non sia a perdere.

La domanda di Riformismo.

Senza enfasi né trionfalismi gratuiti bisogna avere la consapevolezza che siamo nel pieno di una stagione riformistica. Draghi non sarà Cincinnato. E pur senza assecondare velleità politiche (è quanto di più lontano dalle ambizioni dell’uomo che stiamo conoscendo) la sua azione porrà dei paletti, disegnerà relazioni e assetti di potere reale che non sbiadiranno tanto facilmente. Anzi: peseranno come eredità attiva sulla vita del Paese e del suo modello di democrazia.

La palla, con ogni evidenza, passa alla politica e ai partiti. Gli interrogativi sui populisti, sub alia specie gravano sulle forze che storicamente hanno incarnato i valori e le prassi della democrazia rappresentativa nel Paese.

La strutturazione di una nuova offerta politica rivolta ai cittadini deve nascere molto oltre e più dal profondo delle danze che la cronaca ci regala caratterizzata da sigle nascenti, alleanze stiracchiate, frammentazioni e frammenti che si coagulano in misterici contenitori.

L’offerta politica nuova può nascere solo da scelte inequivoche e radicali sulla sostanza del Paese. Libertà: come? Diritti: (ancora) come? Uguaglianza: a che condizioni? Lavoro: con quale valore? E’ urgente una discussione pubblica seria su questi ed altri temi che sarà ragionevole affrontare liberi dalle (imminenti) contingenze elettorali.

Draghi va avanti. I partiti lo seguono stretti tra narcosi, repentini risvegli e crisi di astinenza. E’ la scena che al momento si vede.

 

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