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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

In uno splendido libro (Il Mulino, 1978) di George Huppert, la descrizione delle dinamiche antiche (e sempre nuove) che attraversano le classi sociali.
Lo sviluppo (quasi) perduto e i borghesi-gentiluomini
Una maggiore interazione con le forze più autenticamente disponibili a mettersi in campo per avviare le riforme del Recovery fund resta a tutti gli effetti il valore più costruttivo di tanti processi basati su una positiva dinamica anche sindacalmente rilevante.

Ma è davvero possibile che in questa fase così delicata e complessa prenda forma una conflittualità sociale incentrata, alla fine, sullo strategico ritiro – dal “ring” dove si verificano le forze in campo – di tutte quelle persone che a pieno titolo si inseriscono nella casistica dei “borghesi-gentiluomini”? In uno splendido libro (Il Mulino, 1978, 365 pagine) di George Huppert, un saggio dedicato alla definizione di èlite nella Francia del Rinascimento, si propone un’approfondita lettura delle classi sociali emergenti a partire dal tredicesimo secolo per arrivare agli anni finali dell’Ancien Règime. Si ripercorre la storia del contrasto permanente tra nobiltà e borghesia per arrivare all’individuazione di una terza classe “che giocò un ruolo determinante nella struttura sociale del tempo”. In estrema sintesi, Huppert descrive “i borghesi gentilshommes”, che “hanno origine dalle famiglie più ricche di mercanti”, ma “abbandonano il commercio, la marchandise, e investono i loro capitali in terre, nell’educazione dei figli, negli uffici regi, cominciando ben presto a reclamare un status più adatto al loro nuovo potere e trovando la loro strada nel mondo, fino ad allora chiuso, della nobiltà”. Sulla base di un numero più che corposo di dati viene ricostruito un chiaro percorso “attraverso il quale i «nipoti» dei mercanti borghesi usurparono il titolo di nobili dopo essere giunti a dominare la burocrazia, le professioni liberali, la chiesa e la cultura della nazione: una vera sfida alla nobiltà di sangue”. I «nipoti» dei “mercanti borghesi” si scontrarono, però, non solo con l’antica classe nobiliare, ma anche con un ceto abbastanza esteso che espresse la sua “invidia” perché “non aveva saputo fare altrettanto”. E i borghesi “gentilshommes” non poterono che “perdere il loro potere e ritirarsi a sognare un mondo egualitario, dove conta solo la virtù personale”.

La vicenda, naturalmente, va approfondita e studiata in ogni sua singola sfumatura, ma, anche questo approccio così sinteticamente descritto, può farci comprendere come proprio ora, mentre la politica appare principalmente concentrata sul proprio destino partitico, si dovrebbe cercare di comprendere a fondo – e non con la superficialità forse dettata dalla velocità dei “tempi di attuazione” – quanto è accaduto e continua ad accadere nel grande e non attentamente studiato contenitore sociale al quale tutti i provvedimenti in campo, alla fine, si rivolgono per riaccendere la geografia dello sviluppo.

La sensazione, insomma, è che una maggiore interazione con l’arcipelago della popolazione sempre attiva – che resta a tutti gli effetti il valore costruttivo di tanti processi basati su una positiva dinamica anche sindacale – è destinata a rivelarsi il metodo migliore per avviare una vera e propria “riforma” dell’agire pubblico. Se, invece, riducendo lo spazio, costringeremo questa importante componente della nostra società a “ritirarsi” per “sognare un mondo egualitario” – per sognare un mondo egualitario – avremo ottenuto il peggiore risultato possibile.

La piena consapevolezza che “conta solo la virtù personale” non produrrà nessun fenomeno espansivo, ma soltanto l’accrescersi dell’effetto della “malinconia diffusa”, che consente di guardare al resto del mondo che gira senza avvertire alcun coinvolgimento proattivo.

Ernesto Pappalardo

direttore@salernoeconomy.it

 

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