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di Pasquale Persico
Gli economisti nei loro manuali sulle strategie dello sviluppo utilizzano, spesso, un grafico a due dimensioni, per parlare delle due opzioni strategiche: produrre più cannoni o più burro per l’economia del futuro benessere? Il Piano strategico delle Aree Interne, approvato in primavera , ancora una volta mostra tutta la sua retorica nell’affrontare questo tema: esso, per le disuguaglianze da correggere, prevede strumenti fuori dalla storia e dalla geografia del reale contemporaneo. Proprio l’allargamento della geografia delle aree interne dovrebbe segnalarci che si allontana sempre più l’ipotesi di riequilibrio tra città ed altra città (l’altra città è il linguaggio mio e di Maria Cristina Treu ); con la nascita di una nostra collana di ricerca, segnalammo la crisi della pianificazione urbana connessa alla scomparsa di una politica economica strutturante rispetto ai disequilibri storici ereditati dall’Italia diventata repubblicana). La questione meridionale deve essere riposizionata su nuovi paradigmi di ricerca che sono ancora lontani dalla filosofia e dal linguaggio, rielaborato anche con i contributi, pigri, del CNEL e dell’Anci, aggiunti alle inerzie strutturali dei governi recenti. L’imposizione di un ordine nuovo nella strategia della globalizzazione finanziaria è chiaramente in contrasto con il concetto di Geografia e commercio, elaborato a suo tempo dall’economista Krugman, guardando alla storia delle popolazioni. I vettori del cambiamento hanno direzioni contrastanti ed il concetto di innovazione sembra tradire le aspettative dei popoli che aspirano a riconoscersi come portatori di pace e scambi di beni essenziali. Le risorse e le strategie esplicitate nel documento sembrano voler accompagnare i territori verso uno svuotamento della società dei valori umanitari, a vantaggio della società opulenta individualizzata. Affrontare il problema dalla parte radicale del cambiamento ABBRACCEREBBE UNA POLITICA SCOMODA: la de verticalizzazione delle decisioni, come sussidiarietà per l’efficacia delle economie di scopo e di varietà o reti territoriali .Nel libro Quale Europa, Capire, Discutere, e Scegliere, a cura di Elena Granaglia e Gloria Riva , il forum delle disuguaglianza fa emergere molti temi , ma a mio avviso, non c’è il dissenso strategico radicale, pur se emerge un impegno politico e morale. Non viene denunciato con forza la tendenza della società burocratica e tecnologica dominante a disumanizzare la politica fino ad imporre la trappola del militarismo come antidoto alla guerra (più cannoni per tutti); questa ipotesi comunque, per molti economisti, produrrebbe benefici all’efficienza, misurata dalla crescita finanziaria, la regina madre dei nuovi imperi ad autocrazia crescente. Per questi la trappola della disuguaglianza va allontanata, e la cittadinanza di coloro che sono giudicati inutili e pericolosi va soppressa, questa è anche l’emergenza del governo, a proposito dello svuotamento delle aree del dissenso; l’offerta di beni pubblici essenziali ha sempre meno risorse disponibili per accompagnare i territori in difficoltà, vedi il caso del piano strategico per le aree interne e l’ipotesi di riposizionamento a favore del riarmo, da finanziare, anche , se necessario, con i fondi di coesione. Non a caso le risorse messe a disposizione per le strategie delle aree interne sono residui di finanza, accumulata ma non spesa in termini di fondi di coesione efficaci e strategici accantonati a partire dagli anni 90. Fabrizio Barca e Sabina De Luca nel voler apprendere dai risultati inefficaci, basati solo sulla spesa (costi), auspicano un cambiamento, che non emerge, con esempi espliciti misurabili, dal report citato sulle strategie. Il vero tema però non è la modalità nuova di valutazione, di risultati e processi, ma la mancanza di una strategia per aree vaste dove le comunità delle azioni da federare non siano espressione dei modelli burocratici e politici richiamati nel documento strategico. Le esperienze di aggregazione dei comuni (comunità montane, parchi, unioni, città metropolitane etc etc ) raccontano storie burocratiche a difesa di rendite politiche molto lontane dall’approccio richiamato da Barca e De Luca. Il metodo Place Based riferito dai due, dovrebbe essere poggiato su gradi di libertà della geografia territoriale ben più ampi di quelli previsti dal documento burocratico a verticalità esplicita, e con obiettivi poco attenti alle strategie potenziali delle PMI esistenti nelle aree interne (diciamo assenti). Il vero Protagonismo delle PMI va orientato in modo diverso verso obiettivi ESG strategici e sussidiari. Le libertà da concedere ai territori delle aree interne , se queste venissero ripensate come aree vaste di nuova urbanità ed umanità, devono essere ampie e non ingabbiate in progetti di riproduzione degli equilibri politici da difendere. La storiografia in nostro possesso ci porta fuori dalla contemporaneità da ricercare con nuove ipotesi di apprendimento. I passi avanti dei governi Nazionali Europei sono lenti, e la stessa nozione di Europa Euro Mediterranea si allontana dalla visione auspicata anche Mattei; il pensiero di Enrico Mattei era poggiato su progetti di sviluppo aperti al federalismo tra popoli; l’apparire, nelle sue idee, di una più esplicita decolonizzazione sincera , sono ancora vive nella rivista poi chiusa , IL GATTO Selvatico, diretta dal Poeta Bertolucci (vedi Archivio ENI). Le Aree interne se viste come altra città , o un arcipelago di nuove urbanità poggiate sulle quinta umanità, (vedi Pasquale Persico e Mimmo Longobardi, Graffiti, Montemurro 2025) hanno bisognodi un mutuo appoggio per progettare ed alimentare la ricerca di sopravvivenza contemporanea. L’ideale comunitario in reti aperte , euro mediterranee e tra continenti, a sussidiarietà spinta , da federare, sembra allontanarsi. Nel Libro citato, Quale Europa, il bisogno di far emergere nuove libertà e nuovi bisogni è vivo. Quindi, nonostante il buio che ci circonda e ci avvolge con la dominanza dei media subordinati, il governare nella complessità è ancora un laboratorio da moltiplicare in mille luoghi, come sta già avvenendo in molti territori, a scala sperimentale. Le voci sparse ed alcune realtà sono aggrappate alla necessità di sentirsi protagonisti in nuovi ecosistemi a geografia politica, da far emergere, rompendo i confini degli stati nazionali, a favore delle reti interregionali da moltiplicare per la soluzione di modelli a geografia fisica e politica aperta. L’Europa ha tentato di poggiare ipotesi di nuovi occhiali per neuroni specchio, sulle nuove statistiche di riferimento (Ispra ed Istat protagonisti). Quelle sulle eco-regioni allargano lo sguardo e sono ispiratrici di nuovi modelli sull’adattamento ambientale necessario, ma questo respirare il nuovo, ancora non emerge dai documenti strategici disponibili. Ci sono enunciazioni importanti nella volontà del Forum delle disuguaglianze, e la loro discesa in campo dovrebbe essere abbracciata da mille bandiere di reciprocità e sussidiarietà, dove il linguaggio è finalmente sincero nei segni e nei colori di rifermento. I fuochi degli anni 70, se riaccesi, devono trovare nuove strade per un riformismo ad efficacia moltiplicata, federando le energie che dal basso stanno emergendo. Una comunità di nuovi scolari tutti professori e tutti studenti abbracciati dall’esperienze operative di ricerca deve emergere; popoli nuovi che intrecciano fili e linee di appartenenze a nuove identità (dalle nuove esperienze) in metamorfosi ci faranno rientrare nella storia giusta? La prospettiva di più cannoni si può allontanare per poter raccontare con gioia e consapevolezza, che oltre al burro c’è anche l’olio della mixitè mediterranea da produrre e distribuire con un approccio a metafisica gioiosa, già operativo presso la Summer School S. Arsenio-Morano Calabro?

Pasquale Persico
