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Lo speciale 1 »

La riflessione. A proposito degli “obsoleti strumenti” a “disposizione” dell’economista.
L’architetto urbanista-resiliente
“La sfida è rinnovare la nostra capacità di osservazione, di ricerca e di proposta: attività che dovrebbero essere il sale di un progettista”.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Amalia Bevilacqua*

Parafrasando l’articolo del professore Pasquale Persico “L’economista e i suoi obsoleti strumenti” – apparso sulla newsletter di salernoeconomy.it il 13 marzo scorso – mi sono proposta di affrontare la questione: l’architetto e i suoi “obsoleti” strumenti. Non voglio entrare nel merito di quali siano questi obsoleti strumenti in quanto essi diventano tali se non si sono attivate le necessarie revisioni e i rinnovamenti di processo e prodotto. Gli strumenti e la relativa attività da svolgere sono, infatti, attuali, e proiettati verso il futuro, se chi li usa è capace di riposizionarli/si di pari passo ai cambiamenti socio-culturali del paradigma economico di riferimento. Ad esempio non è obsoleto lo strumento della “città ideale”, tanto caro all’urbanista cinquecentesco, ma pensare di utilizzarlo oggi senza considerare quali siano i concetti del ben-essere della società attuale. Per non cadere nell’obsolescenza c’è sempre bisogno di analisi, ricerca e di quella capacità creativa del problem solving.

La società industriale ha per qualche secolo dettato bisogni, dimensioni, riferimenti socio-culturali da considerare per costruire il paniere del cittadino medio e, allo stesso tempo, dove localizzare il suo quotidiano. L’urbanista, con sicurezza, poteva avvalersi di un sistema di analisi scientificamente elaborato, che considerasse tutti gli aspetti standardizzati di quel sistema economico, imperniato sulla dimensione medio-grande delle conurbazioni moderne.

La ricerca, spesso, indaga fenomeni non ancora cristallizzati in indicatori socio-economici. Alla fine degli anni ’90, mentre stavo preparando la mia tesi di laurea in architettura, mi capitò di conoscere una realtà lontana dalla mia quotidiana dimensione metropolitana: una rete di persone che, per scelta, avevano deciso di allontanarsi dalle città. Una volta laureatami, parallelamente al mio lavoro in città, cominciai una libera ricerca su questo fenomeno che definii “de urbanizzazione”. Le persone che ne facevano parte praticavano concetti come ecovillaggi, scambio di conoscenze, mutuo appoggio, bioregioni, buone pratiche ed economie solidali. Erano tante le realtà che ho avuto modo di conoscere: alcune consolidate da decenni, tantissime da poco avviate. Questa profonda ricerca mi ha portato a delle irrimediabili consapevolezze, tanto da scegliere, a mia volta, una dimensione diversa per il mio agire quotidiano: la medio-piccola dimensione urbana.

Qui la domanda è giunta immediatamente: quali dovevano essere gli strumenti più adatti in un territorio caratterizzato da urbanizzazioni diradate e prevalentemente piccole? L’architetto-urbanista, formatosi in una metropoli e in un sistema dove le economie di scala dettano le scelte operative, doveva necessariamente reinventarsi. Ma al di là della storia personale, questa è la storia che accomuna molti liberi professionisti: in quest’ultimo decennio, il fenomeno da me studiato, è emerso creando un’economia parallela. Questa alternativa al sistema economico prevalente mi fa spesso pensare agli utopisti dell’ottocento: le loro idee non avevano avuto terreno fertile a causa dell’affermarsi di un paradigma economico più forte e preponderante, quale è il capitalismo. Ma oggi, le défaillance del sistema predominante animano il dibattito del cambio di paradigma, e constatiamo una convivenza tipica dei momenti di transizione.

Qualche giorno fa, tra le varie trasmissioni in cui si affronta la questione di pandemia da covid-19, l’intervento di un pensatore mi ha colpito particolarmente. Il relatore faceva coincidere l’inizio in un nuovo secolo ad un cambio significativo del paradigma economico. Così l’ingresso nel Novecento lo datava con l’inizio della prima guerra mondiale e l’inizio del nuovo millennio lo datava con il 10 marzo 2020.

Dopo una lunghissima quarantena, quanto sarà facile vivere e organizzarsi nelle grandi urbanizzazioni?

In attesa di vedere cosa accadrà, posso dire che già in questi anni le istanze di un sistema economico alternativo hanno fatto capolino nel mondo dei dati ufficiali: l’Istat ha avviato una statistica sperimentale che classifica il territorio italiano secondo ecoregioni. Le ecoregioni, o regioni ecologiche, descrivono zone con simili potenzialità per clima, fisiografia, oceanografia, idrografia, vegetazione e fauna; per questo motivo costituiscono un quadro di riferimento geografico per l’interpretazione dei processi ecologici, dei regimi di disturbo, della distribuzione spaziale della vegetazione e della dei sistemi ecologici. Un lavoro realizzato dalla  Direzione Centrale per le Statistiche Territoriali e Ambientali (Dcat) dell’Istat e il Centro di Ricerca Interuniversitario “Biodiversità, Servizi ecosistemici e Sostenibilità” (Cirbises), Dipartimento di Biologia Ambientale, La Sapienza Università di Roma.

Se per l’Italia la classificazione in Ecoregioni è ancora un lavoro sperimentale, nei Paesi d’oltralpe è uno strumento utilizzato per le strategie di gestione e sviluppo sostenibile del territorio a diverse scale.

Questa classificazione consente una  nuova lettura del territorio: mette in relazione i dati statistici di carattere socio-demografici ed economici con le caratteristiche intrinseche delle ecoregioni, relative all’omogeneità rispetto a fattori climatici, biogeografici, fisiografici e idrografici.

In questo modo, la provincia di Salerno ricade in due distinte Ecoregioni: la parte costiera appartiene alla sottosezione Cilentana e la parte interna alla sottosezione Appennino Lucano; quest’ultima comprende anche parte del territorio della Basilicata. Per provare a dare una lettura a questo immane lavoro, confrontiamo un territorio diametralmente opposto: la provincia di Padova. Il territorio ricade in parte nella sottosezione Lagunare e per l’entroterra nella sottosezione Pianura Centrale.

Già a colpo d’occhio è chiara la maggiore diversificazione degli ecostistemi dell’area meridionale mentre, per la provincia di Padova, le sottosezioni fanno parte di un’unica Ecoregione: la Provincia Padana. Era quasi scontato ricavare un alto tasso di urbanizzazione per un’area del Nord-Est d’Italia, forse meno scontato sapere che ci possa essere una omogeneità sistemica per un territorio così vasto.

L’Istat sta, quindi, rinnovando il suo patrimonio dati, che può diventare un nuovo strumento dell’architetto-urbanista resiliente.

Se la tendenza è quella della ricerca della città a misura d’uomo, diventano obsolete quelle soluzioni e tecnologie realizzate per le grandi dimensioni. Questo mi fa pensare spesso all’emergenza che ogni estate si presenta soprattutto nelle aree costiere: il mal funzionamento dei depuratori. Tali tecnologie per lo smaltimento dei reflui urbani, sono un esempio di servizio per le grandi urbanizzazioni. E’ ormai letteratura come questi impianti, nelle medio-piccole città, oltre a non funzionare in maniera corretta, gravano eccessivamente sulla qualità ambientale e sulle economie delle amministrazioni. Eppure, anche in Italia è ormai consolidato il ricorso a sistemi più elastici e meno energivori come la fitodepurazione, adatti per dimensioni urbane medio-piccole.

Di esempi come questo si potrebbero portare anche per altri settori: come quello dello smaltimento della frazione organica, per il quale è stato già legiferato a favore della compostazione di prossimità. Una legge che permette di organizzare lo smaltimento a diverse scale: singolo cittadino, condominio e quartieri (che coincidono al comune nelle piccole realtà).

La sfida è, quindi, rinnovare la nostra capacità di osservazione, di ricerca e di proposta: attività che dovrebbero essere il sale di un progettista, quale è l’architetto.

*Architetto

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