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Il rapporto Ismea sulla competitività. Il valore delle attività secondarie si calcola in 4,5 miliardi di euro.
L’agriturismo “spinge” l’agricoltura
Si conferma la tipologia più efficace di diversificazione nel comparto primario, affermandosi come uno dei segmenti di maggiore successo del circuito dell’ospitalità e dell’enogastronomia nazionale.

I numeri sono importanti e confermano la dinamicità del settore primario, oltre che la sua capacità di rinnovarsi e di elevare il livello di competitività. “Con un valore di 4,5 miliardi di euro delle attività secondarie agricole, come l’agriturismo, le vendite dirette e la produzione di energie rinnovabili, quella italiana si rivela l’agricoltura più multifunzionale d’Europa”. È questo uno degli aspetti prioritari che emerge dal rapporto sulla Competitività dell’agroalimentare italiano realizzato da Ismea. “L’agriturismo in particolare – si legge in una nota di sintesi – rappresenta una specificità italiana che dal suo esordio negli anni ’70 ha avuto un notevole sviluppo, affermandosi come la tipologia più efficace di diversificazione dell’attività agricola e diventando allo stesso tempo uno dei comparti più di successo del turismo italiano. Alla fine del 2016 si contavano 22.661 strutture agrituristiche in Italia, quasi 5.000 in più rispetto al 2007 e uno stock in costante crescita negli anni, con un lieve rallentamento solo nel biennio 2012-2013, quando la crisi economica e il riordino della normativa a livello regionale hanno inciso anche sullo sviluppo di questo settore”.

“Sono segnali di vitalità importanti per il settore primario nazionale – sottolinea Ismea –   che rivelano una crescente diffusione di imprese che oltre alla capacità di integrare le fonti di reddito, riescono a cavalcare i cambiamenti del contesto sociale ed economico. Il fenomeno della diversificazione ha avuto, infatti, un impatto non trascurabile sulla tenuta del valore aggiunto agricolo nell’ultimo decennio”.

Un settore che realizza pochi utili.

“L’agricoltura italiana – spiega Ismea – produce valore ma la ripartizione dei margini lungo la filiera presenta ancora forti squilibri a favore delle fasi più a valle (logistica e distribuzione). Dall’analisi della catena del valore emerge che su 100 euro destinati dal consumatore all’acquisto di prodotti agricoli freschi, rimangono come utile solamente 6 euro, contro i 17 euro in capo alle imprese del commercio e del trasporto. Nel caso dei prodotti alimentari trasformati, dove la filiera si allunga, l’utile per l’imprenditore agricolo si contrae ulteriormente, scendendo sotto i 2 euro, al pari di quello realizzato dall’industria alimentare, mentre la quota preponderante del valore è destinata alla fase della distribuzione e della logistica che, prese insieme, trattengono 11 euro”.

Il reddito per unità di lavoro.

Analizzando invece il reddito in agricoltura, secondo le elaborazioni Ismea, “nel 2017 il reddito reale annuo per unità di lavoro è pari a 20 mila euro, dato che si colloca sopra la media Ue (16,7 mila euro), ma molto al di sotto quella dei nostri principali Paesi competitor (Francia, Germania, Spagna in primis) che si attesta a 26,6 mila euro”.

I numeri dell’agroalimentare.

Il settore agroalimentare occupa 1 milione e 385 mila persone, pari al 5,5% degli occupati in Italia a fine 2017. Di questi la parte più grande (oltre 900 mila) sono gli addetti all’agricoltura, mentre l’industria alimentare assorbe circa 465 mila posti di lavoro. Anche questi numeri emergono dal Rapporto sulla Competitività dell’agroalimentare italiano di Ismea che specifica come “settore primario e industria alimentare hanno tuttavia dei trend di lungo periodo contrapposti, il primo cede strutturalmente forza lavoro, un fenomeno che accumuna l’Italia al resto delle economie avanzate, il secondo ha visto invece aumentare nel decennio il numero degli occupati a differenza del resto dell’economia”.

“Guardando tali dinamiche più da vicino – aggiunge Ismea – l’occupazione agricola in Italia sembra tuttavia tenere meglio che negli altri Paesi Ue. La riduzione del numero degli addetti negli ultimi 10 anni è di portata  inferiore (-6,7% a fronte del -17,5% in media nella  Ue) e si è interrotta a partire dal 2013, spuntando  nell’ultimo quinquennio un recupero del 3%. Tale andamento risente in particolare della spinta della componente giovanile e si pone in marcata controtendenza rispetto alla dinamica negativa prevalente in Europa (-7,4%)”.

Per l’industria alimentare italiana “l’occupazione è cresciuta nel decennio e oggi è a un livello superiore del 2% rispetto all’anno pre-crisi, il 2007, con un incremento più netto negli ultimi 5 anni (+3,4%)”.

(Fonte: ismea.it/ 24.07.2018)

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Parola chiave: multifunzionalità
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