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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

I sintomi della decadenza profonda e irrecuperabile delle monarchie antiche, ormai già prevalentemente dissolte.
La politica che insegue l’ancien régime, anche contro il tempo
Il ceto dominante, ben consapevole del ruolo e della posizione che si trova a occupare, rivela non pochi tratti comuni a quelli di tanta parte delle generazioni al potere in secoli lontani.

Come una famiglia nobile poteva pensare di gestire, senza eccessivi affanni, le politiche matrimoniali del proprio casato, destinate a incidere notevolmente non solo sul futuro (glorioso o non del tutto conforme, per così dire, agli eventi fino a quel momento vissuti), ma anche sullo stesso presente, sempre molto più confuso di quello che poteva sembrare? La domanda – che apre un meraviglioso percorso all’interno di molti studi ormai compiuti (e altri ancora in itinere) sui “consorzi” familiari inquadrati alla fine dell’ancien régime – è destinata a farci comprendere, se possibile, meglio l’agitazione della nostra politica, che ha, ormai, intrapreso strade abbastanza simili a quelle che si compivano in quegli anni dell’inarrestabile declino delle grandi corti monarchiche, in senso assoluto. Facciamo un passo indietro e proviamo ad entrare nel periodo dell’antico regime. Il quadro che si cerca qui di descrivere, in maniera sintetica (ovviamente), è tratto dal Dizionario di Storia Treccani, versione online. L’espressione “ancien régime” nacque in Francia “per definire tutto ciò che la Rivoluzione francese aveva abolito: un sistema monarchico fragile, una realtà del regno fondata su un mosaico di autonomie, un diritto pubblico frammentato in miriadi di consuetudini e privilegi, un sistema sociopolitico mal rappresentato dai ceti”.

Ma se prendiamo in considerazione l’uso che se ne fece nel tempo dell’espressione “ancien régime”, abbiamo ben chiara la visione di come queste due parole, abbinate insieme, riflettono a fondo gli usi e i costumi di una classe politica – anche quella attuale, ovviamente – che di fatto ha abbandonato la prospettiva del “buon governo”, per privilegiare, in realtà strutturalmente, la conquista (o riconquista) del potere gestionale in un ambito sempre più diffuso.

Nell’Ottocento – con Alexis de Tocqueville, “L’antico regime e la rivoluzione” (1856) –  si giunse a una visione molto più temporalmente ampia, perché l’autore “rovesciò la connotazione originaria dell’espressione, mostrando i molteplici elementi di continuità che sussistevano tra l’antico e il nuovo regime, tra la Francia pre e postrivoluzionaria”.

Va detto che nell’ambito della storiografia successiva, “la formula antico regime ha assunto un significato prevalentemente descrittivo, che si applica più in generale al contesto della storia europea tra Cinquecento e Settecento”. In questo modo si indica “il complesso degli ordinamenti politici, giuridici, economici e sociali che caratterizzarono in modo sostanzialmente uniforme e duraturo, pur in una grande varietà di situazioni, le strutture essenziali dell’Europa moderna”.

Siamo di fronte – nell’“ancien régime” – a “società strutturate e divise per ceti, ossia gruppi sociali più o meno ristretti, di regola rigidamente separati. Il clero e soprattutto la nobiltà godevano di enormi privilegi, per lo più eredità dell’età feudale, ai danni del cosiddetto terzo stato, di gran lunga il più numeroso, formato dalla borghesia e dai ceti popolari, che non godevano di alcun diritto politico ed erano costretti a pagare tasse molto alte”.

Nelle pagine della Treccani si delinea il quadro politico che evidenzia, quindi, come “borghesi e ceti popolari saranno i protagonisti della Rivoluzione francese”. Perché “a fondamento del potere sociale dell’aristocrazia stava a sua volta, in un’epoca in cui l’economia continuava a essere in gran parte dominata dall’agricoltura, la grande proprietà terriera, che veniva lavorata attraverso svariate forme di asservimento e assoggettamento delle masse contadine, particolarmente pesanti nei Paesi dell’Europa orientale e centro-orientale. Gli enormi privilegi fiscali dell’aristocrazia furono altresì alla base della crisi delle finanze statali francesi, che pose le premesse immediate della Rivoluzione”.

Di conseguenza la Rivoluzione francese “diede effettivamente avvio alla crisi dell’antico regime, esercitando un effetto enorme in Europa e fuori d’Europa”. La monarchia assoluta – e per diritto divino – dovette “arrendersi” alla “monarchia limitata” e “per volontà della nazione, fondata sul principio della divisione dei poteri; e alle società dei ceti, del privilegio aristocratico e dello stato di schiavitù di matrice feudale subentrarono società fondate sull’uguaglianza civile e politica degli individui in quanto tali, sui diritti dell’uomo e del cittadino”.

Naturalmente, questo profondo mutamento ebbe la sua realizzazione in maniera molto graduale, “fuori della Francia, in tempi profondamente diversi nei singoli Paesi europei”. Le influenze della rivoluzione industriale – tra Sette ed Ottocento – furono profonde e determinanti, (https://www.treccani.it/enciclopedia/antico-regime_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/).

Se la dinamica complessiva ed evolutiva fu esattamente questa appena descritta, appaiono non pochi elementi simili al contesto che, particolarmente in questi recenti anni, ci troviamo a vivere. Il ceto dominante (economico e politico), in altri termini, ben consapevole del ruolo e della posizione determinante che si trova a occupare, rivela non pochi tratti comuni a quelli di tanta parte dell’“ancien régime”. Elementi che inducono a riflettere su come la degenerazione della nostra politica governante possa richiamare alla mente – anche in maniera tautologica – null’altro che la decadenza profonda e irrecuperabile delle monarchie antiche, ormai già prevalentemente dissolte.

Ernesto Pappalardo

direttore@salernoeconomy.it

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