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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

Tra vero e falso spunta e si allarga la grande macchia delle news strategicamente non verificabili.
La partita (persa) dell’informazione al tempo dei social
Per tentare di capire almeno in parte che cosa accade realmente intorno a noi, più che sperare in un recupero della carta stampata e dei telegiornali tradizionali, conviene diventare più o meno esperti dei flussi di notizie che viaggiano in rete.

Il cambiamento in atto delle dinamiche della comunicazione – o meglio, dell’info/comunicazione – impone, ormai, alla nostra attenzione un teatrino sempre più pressante, invadente, disorientante. Non si capisce più bene chi rincorre che cosa: le notizie i giornalisti o i giornalisti le notizie. Nelle nuove e tante “fabbriche” delle notizie è uno spasso imparare ad approfittare del potere di disintermediazione acquisito dai social network e della sempre più agevole opportunità di forzare quello che un tempo era il “cancello” inviolabile di ogni redazione: la porta stretta attraverso la quale  valutare fatti (o non fatti) da candidare a diventare notizie (da una semplice breve di cronaca ad un’apertura di pagina con richiamo in prima).

Lo “spasso” consiste nel continuo aggiramento delle redazioni che, però, vengono corteggiate (per non dire peggio) attraverso canali diretti e personali attraverso i quali si preannunciano dirette su Facebook o tweet “importantissimi”. Insomma, nel gioco delle fonti sono proprio quest’ultime a stabilire in forza del nuovo potere acquisito – almeno nella fase iniziale della pubblicizzazione della notizia – tempi e modi dell’interazione con il circuito degli organi d’informazione.

La novità che ha generato il cambiamento sotto i nostri occhi riguarda un aspetto fondamentale del rapporto fonti/redazioni: il pallino non è più in mano soltanto a giornali e giornalisti. Al contrario: essi devono confrontarsi minuto per minuto con il flusso ininterrotto dei social che da un momento all’altro possono riservare qualche notizia destinata a diventare la prima notizia del telegiornale o del giornale. Il potere di vita o di morte su un fatto o un non fatto non è più un’esclusiva di quanti lo hanno detenuto per decenni e decenni.

In teoria, dovrebbe essere un’evoluzione positiva. La realtà, invece, ci dimostra che la “manipolazione” dell’opinione pubblica è un esercizio professionale che è diventato – pur nella sua complessità – più semplice. Addirittura la compravendita dei profili degli utenti dei social consente di influenzare il momento fondante di una democrazia che si configura nel voto  che dovrebbe essere libero ed incondizionato dei cittadini.

Ma che cosa accade a giornali e giornalisti? Quale reazione viene messa in campo o – paradossale, ma in tante circostanze vero – non viene messa in campo? Invece di lavorare duramente sull’unico versante che può consentire di mantenere in piedi il rapporto fiduciario con il lettore/utente finale e, quindi, di conservare o preservare il proprio spazio di mercato – il versante per essere chiari dell’attendibilità, della certezza e della verifica fino allo spasimo di ogni riga pubblicata – si sceglie di “scavalcare” i social, di diventare un social dei social, di scimmiottare il tempo reale, di assumere i connotati di un gigantesco buco della serratura e di cimentarsi nel ruolo precario di gossip dei gossip. E così la politica diventa un colossale racconto della micro-quotidianità, una colossale rincorsa al dietro-le quinte e al retroscena (ormai il retro scenista è una delle più importanti star di una testata giornalistica), una colossale rissa sostanzialmente stucchevole.

Al punto che la domanda diventa sempre più insistente: per capire che cosa succede intorno a noi è veramente ineludibile la lettura dei quotidiani e la visione della tv generalista? Se così spesso carta stampata e televisione sono il tentativo maldestro di imitazione dei social e dell’informazione usa e getta reperibile gratis su internet, vale la pena spendere l’euro e passa giornaliero per andarsi a cercare quelle tre o quattro firme che ancora riscuotono la nostra fiducia?

Triste, ma vero: lo scenario che abbiamo davanti agli occhi – anche alla luce del rapporto con i lettori più giovani (ma anche con tantissimi meno giovani) – ci porta a ritenere che occorre imparare in fretta a decifrare nel migliore dei modi possibili le strategie di info-comunicazione che prendono forma sui social network. Insomma, per tentare di capire almeno in parte che cosa accade realmente intorno a noi, più che sperare in un recupero della carta stampata e dei telegiornali tradizionali, conviene diventare più o meno esperti dei flussi di notizie (vere o false) che viaggiano in rete.

Ernesto Pappalardo

direttore@salernoeconomy.it

@PappalardoE

 

 

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Parola/chiave: disintermediazione
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