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La generazione che governa il Paese si è fermata solo al "racconto" dell’esigenza di voltare pagina.
La palude del non cambiamento e la malinconia civile
Non si intravede neanche lontanamente un progetto di lungo periodo orientato alla produttività totale dei fattori insediativi di famiglie ed imprese.

di Pasquale Persico

Le piogge arrivano come ogni anno e scoppia l’emergenza a cui si aggiunge l’immissione di nuove e tante paure con l’idea che il primo che passa – anche se è un ministro – possa determinare le priorità (vedi il tema della sicurezza stradale dopo il grande disastro di Genova). In più, l’elenco delle opere fattibili lasciate in programmazione dal precedente governo (oltre 130 miliardi di euro) si è posizionato in un grande ambito di incertezza, non solo dal punto di vista della fattibilità reale, ma anche in termini di irrinunciabilità strategica. L’idea della manutenzione in scala territoriale è un’immagine sostanziale per delineare il profilo del  modello di crescita delle città e dei territori connessi, per avviare in maniera concreta il percorso di soluzione della crisi. E’ un progetto di lungo periodo che richiede la cura delle qualità dei territori urbani (e non), partendo dall’esistente per proporre, tra l’altro, un processo di progressiva trasformazione ed evoluzione, orientato alla produttività totale dei fattori insediativi di famiglie ed imprese.

Abbiamo pensato, sbagliando, che l’uso razionale dei territori di pianura  non fosse legato a costi di manutenzione elevati. Tra gli oneri di urbanizzazione – che nessuno paga – avremmo dovuto inserire anche gli oneri di manutenzione di lungo periodo dei territori di pianura e forse anche quelli  a monte. Sarebbero saltate così diverse convenienze a costruire in pianura e/o nei luoghi più impensati.

Ma come trovare empatia su tali temi?

Una prima generazione dovrà farsi carico di un salto culturale, di un cambio di comportamento che diventa nuovo processo sociale, dove nuove competenze vengono accumulate e nuovi modelli cominciano a manifestarsi per essere trasferiti alla seconda generazione. Questa avrà già assimilato il comportamento e dovrà solo diffondere a macchia d’olio i temi dell’ambiente e della nuova interattività tra uomo e natura. Alla terza generazione spetterà il compito di farlo diventare fatto istituzionale, consolidato nei comportamenti del fare e dell’uso del territorio.

Utopia o rammarico?  No, ma è questa la  prospettiva per la quarta generazione.

La generazione al governo è quella del  racconto del cambiamento, ma largamente gravitante nella palude del non cambiamento, mentre la malinconia civile prende il sopravvento, l’adesso è un grido dominante nello spazio largo dell’impotenza.

 

 

Foto Pasquale Persico
Pasquale Persico
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