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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

Non si coglie alcun segno di ritrovato dialogo con il popolo di elettori in fuga dai partiti all’opposizione.
La nostalgia della politica dal basso
La crisi di tutte le formazioni che si richiamano (anche vagamente) alla “sinistra”. La strategia minimalista che punta esclusivamente sull’archiviazione della stagione Lega-5stelle senza elaborare il “lutto” della doppia sconfitta del 4 dicembre e del 4 marzo.

E’ molto difficile immaginare quale evoluzione possa assumere il quadro politico nazionale – ma anche locale – nei prossimi mesi. Sono tante le variabili da prendere in considerazione, ma appare abbastanza certo il tentativo da parte delle cosiddette opposizioni di cavalcare il quadro economico che si va delineando (senza dubbio negativo) come strumento di delegittimazione della maggioranza al governo del Paese. L’operazione, per la verità, non solo è del tutto scontata e mostra la grave crisi d’identità di quello che resta della “sinistra”, ma denota, soprattutto, la volontà di mettersi definitivamente alle spalle i disastri realizzati dai precedenti esecutivi. Insomma, l’idea sarebbe di propagandare questo tipo di discorso: avete visto che cosa accade ad affidarsi a degli incapaci? Avete visto che cosa accade a mettersi nelle mani di incompetenti? Avete visto che cosa accade a lasciare la strada vecchia? E giù, quindi, con l’auto-riconoscimento di una “superiorità”, per così dire, operativa e gestionale della macchina pubblica che meriterebbe di essere ripagata con l’archiviazione in fretta e furia della stagione Lega/5Stelle.

Sorgono non pochi dubbi su questo atteggiamento che, tra l’altro, non “copre” la lotta interna al Pd alle prese con il solito teatrino renziano che non convince più nessuno. Ma davvero si può credere che l’ex segretario abbia preso le distanze dall’arena dei Democratici quando i suoi “più fedeli” tra i “fedeli” appaiono schierati al fianco di uno dei candidati che si presenta come il rappresentante dei sindaci e dei territori?

Il punto cruciale, però, non è neanche questo, a dire il vero. Il punto cruciale è l’assoluta mancanza di una riflessione auto-critica sulla stagione che è culminata in due sconfitte storiche: al referendum del 4 dicembre 2016 e alle politiche del 4 marzo scorso. Non c’è niente da fare: il Pd non ne vuole saperne di mettersi a ripensare il suo rapporto con il mondo che lo circonda, ritiene troppo più importante concentrarsi su chi comanda nel partito, su chi è il “padrone” e su chi sono i “sudditi”. Triste constatazione, ma di un ritorno al confronto e allo scontro (perché è necessario uno scontro vero e non finto) sulle idee e sui programmi non se ne parla proprio. Solo tattica, astuzia politica, “alleanze”, calcoli e accordi tra presunti potentati che saranno, in ogni caso, testati nelle urne alla luce del terremoto del 4 marzo. Insomma la visione “neo-feudale” della strutturazione del partito permane ancora intatta, con tanto di annunci, pre-annunci e di tutto l’armamentario mediatico ben rodato nei momenti di gloria del renzismo.

La verità è che pensare di tornare a vincere puntando sui “danni” – veri o presunti – provocati dalla diarchia Salvini-Di Maio è una strategia al ribasso che mostra non pochi punti deboli. Anche in considerazione del gradimento che – a dispetto di uno scenario effettivamente complicato e pesante dal punto di vista delle dinamiche economiche e finanziarie in atto – l’attuale Governo continua ad ottenere dagli elettori.

Tutto continua ad essere calato dall’alto. Nel Pd come in tutti gli altri schieramenti o movimenti che sembrano richiamarsi alla “sinistra” non si muove niente dal basso e se si muovesse, sarebbe immediatamente stroncato dall’alto (a scanso di ipotetiche leadership che potessero emergere a tutti i livelli).

In queste condizioni è facile pronosticare un ulteriore allungamento di questa grigia e mediocre stagione che ha messo all’angolo la politica intesa come punto di equilibrio e di mediazione alta dei contrapposti interessi che una società avanzata e complessa esprime, nel segno dell’equità e del rispetto dei diritti di tutti i soggetti in campo. Parole che assumono il senso della nostalgia anche di un linguaggio che appartiene inequivocabilmente al passato.

Ernesto Pappalardo

direttore@salernoeconomy.it

@PappalardoE

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Alla ricerca del consenso perduto
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