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Il ricordo di Nicola Giuliano Leone, scomparso la scorsa settimana. Il suo pensiero lungo le rive della contemporaneità.
La macchina urbana a identità definita
Napoli industriale, Napoli turistica, Napoli terziaria, Napoli post industriale, Napoli post contemporanea, Napoli città d’arte prendono forma nei disegni a mano libera, fino a diventare Napoli Città Sempre.

di Pasquale Persico

Nato a Montemurro, in Basilicata, ma napoletano d’adozione, aveva scelto di vivere a Palermo e decine di professionisti si sono formati sotto la sua guida. Esperto in materia di pianificazione di organismi internazionali, ha insegnato e svolto conferenze presso le Università di Concepcion (Chile), del Cairo (Egitto), di Arequipa (Perù), di San Juan de Pasto (Colombia). Ha svolto interventi a Tirana, Parigi, Stoccolma, Barcellona. Ha sviluppato lavori e consulenze per pubbliche amministrazioni delle Regioni: Sicilia, Campania, Marche, Toscana. Il Piano paesaggistico della Basilicata è ancora un riferimento rimasto sospeso. Questo articolo riassume alcuni suoi pensieri su Napoli, presenti in disegni a mano libera, e si concentra mentre da Palermo arriva a Napoli per una lezione Magistrale.

L’onda lunga si era abbassata, finalmente il mare invitava a guardare lontano. L’aurora, appena abbozzata, ancora due ore per l’arrivo al porto di Napoli. Decise di salire sul ponte e di vederla ancora prima che apparisse. La volle disegnare, come aveva fatto sempre, prima di una conferenza sulle città o sul paesaggio; la sua genialità rappresentativa poteva sintetizzare le diverse definizioni di Napoli Città Sempre.

Chiuse gli occhi e apparvero le tre visioni concettuali da trasferire ai suoi studenti, una rappresentazione visiva dell’evoluzione della città. Il fenomeno urbano si configura in maniera indipendente e in luoghi differenti, gli archeologi non hanno ancora smesso di ritrovare genesi  diverse delle città, e la loro definizione di città è ancora in evoluzione teorica e rende sempre attuale la domanda: perché ci sono le città?

La risposta sarà sempre incompleta e lascia aperta la voglia di ulteriori ricerche: archeologia, filosofia, urbanistica, economia urbana, religione, storia, geografia, lingue e letteratura sono tutte discipline in affanno e  su questo argomento hanno perso il filo. Eppure la città è per gli uomini (per la comunità politica) ciò che il mondo è per il genere umano nel suo insieme.

Nella sua mente Napoli esisteva da sempre, ancor prima che i greci la rifondassero. Avrebbe riassunto la sua evoluzione in tre tavole. Nella prima provò a stilizzare Napoli come monumento, quasi a poter definire l’estetica e l’architettura della città come insieme o storie dei centri culturali, politici e militari.

Ecco Napoli, una Città si costruisce e si struttura per essere essa stessa un Mondo. Essa non è solo luoghi o residenza di residenti  e governatori, o monasteri e chiese dove vivono un numero limitato di persone, o fortezza a protezione della città. La città monumento già si mostra come insieme di luoghi e piazze. E questo a dispetto della volatilità dei re o dei viceré, quasi a mostrare che la geomorfologia dei luoghi suggeriva la traccia urbanistica della città. Napoli di allora appariva ancora come la città di adesso, una volta  rimossi i tessuti sovrapposti, riappariva il nuovo letto d’amore.

La città appare così come città che già connette Europa e Mediterraneo. Possedendo la sola Milano non si controllava l’intera penisola, occorreva anche una base a Napoli; Napoli splendida retrovia politica, logistica e militare? Non solo, era un’articolazione irrinunciabile, spaziale, di terra, mare e cielo.

Già la sola articolazione spaziale, il suo perimetro antico, la sequenza dei suoi palazzi e dei suoi castelli, delle dimore pubbliche e private, la facevano rappresentare come città grande. Si era soffermato abbastanza su questa prima tavola e la ritenne sufficiente per restituire ai suoi studenti l’immagine di una città nata bella e di città vissuta come Campania Felix. La città non appare solo come luogo di monumenti e palazzi, è già paesaggio desiderato. L’architettura si è fatta urbanistica e la città ha già forma piena, l’urbanistica si fa città, appare come tessuto cognitivo in evoluzione. Questo concetto poteva essere anche la prima parola chiave della sua lezione, una rappresentazione metafisica fatta di essenzialità urbana già confrontabile con altre città: Toledo, Parigi, Dresda, Praga, Cracovia, Mosca ed altre con monumentalità più modeste.

Le emergenze storiche avrebbero annunciato esse stesse la loro insostenibilità urbana, la necessità di rappresentare il tessuto connettivo alle reti esterne alla città avrebbe dato allora, la seconda definizione di città, una città macchina, sistema complesso aperto.

La contemporaneità del piano regolatore sarebbe apparsa come necessità da perseguire, come Utopia dei ragazzi del piano. Nella rappresentazione della macchina complessa, del tessuto esterno alla città monumento, la città contraddetta, della definizione di Italo Ferraro appariva. La città contraddetta si mostrava come città creativa e città dell’obsolescenza sospesa ma percepita.

Le difficoltà del disegno erano le difficoltà di offrire un dispositivo tecnico a supporto dell’idea di una macchina sociale non scomponibile, in ritardo evolutivo ma anche capace di saltare in avanti, di anticipare emergenze urbane ancora non rappresentabili in altre città. Napoli industriale, Napoli turistica, Napoli terziaria, Napoli post industriale, Napoli post contemporanea, Napoli città d’arte, avevano difficoltà a essere rappresentate come macchine urbane a identità definite.

Il disegno non riusciva ad esprimere tutta la irrazionalità della costruzione incompleta. Come se il disegno urbano avesse tenuto dietro una irrazionalità amministrativa e politica, una incapacità di completare il progetto, ecco chiarita la preposizione principale; Napoli si sviluppa contraddicendosi e contraddicendosi si conferma capace di produrre nuova urbanità, spesso a-specifica.

Doveva riuscire a far cogliere nel disegno il senso delle domande da farsi. Dov’era a Napoli la razionalità amministrativa e progettuale di cui parla Max Weber; nel tessuto rappresentato dell’evoluzione della Napoli Monumento alla Napoli appartenente al Contemporaneo? Dov’era il tessuto progettuale, il segno dello Stato, dove l’amministrare significa il dominare in virtù dei saperi e del saper fare? Dov’era la Napoli dello Sviluppo? Napoli Est e Napoli Ovest, Napoli Nord e quella vicino al Mare?

Ma no, ce l’avrebbe fatta a disegnare  questa Napoli in sofferenza urbana, ce l’avrebbe fatta a rappresentare la speranza dell’incompleto come prospettiva urbanistica ancora in campo, con le emozioni da dare ai suoi ragazzi per spronarli al difficile, al compito del pensiero lungo; fu così che la seconda tavola si riempì di luoghi, di spazi sospesi, di ruderi cosmici, di pause urbane, di labirinti , di luoghi desiderati e di luoghi indesiderati.

La sua mano divenne veloce, sembrava la penna di un sismografo impazzito, sembrava che la terza immagine nella terza tavola stesse per cancellare definitivamente le altre due tavole. Velocità, discontinuità ed irreversibilità prendevano i sopravvento. Anche per Napoli poteva ipotizzarsi la scomparsa della città, la frammentazione urbana moltiplicata dalla comunicazione virtuale si stava sostituendo alla pianificazione pensata, debole ma consapevole?

Le utopie del paesaggio sublime erano scomparse e la restituzione visiva della prima tavola – un reperto archeologico – la città è in disfacimento e Napoli non è più la sua città?

Napoli – la città come macchina tecnica, come macchina economica, come luogo di attività industriali e finanziarie che hanno caratterizzato il ‘900 in tutto il mondo -non ha immagine che si evolve e si consolida, solo frammenti sparsi , Bagnoli è già da anni il tentativo di conservare un’archeologia compiuta, ma è anche la metafora del destino del Centro Direzionale.

 

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Pasquale Persico
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