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Non perdere mai la capacità di trasferire saperi e speranze alla città che verrà.
La lezione della Fontana Felice, per provare a risorgere
Gianfranco Dioguardi e Patrizio Bianchi ricevettero in dono, a Salerno, dall’artista Ugo Marano, molti anni fa, un copia in ceramica del tucano maestro.

di Pasquale Persico

Gianfranco Dioguardi (Bari, 25 giugno 1938) è un accademico e imprenditore italiano. Tra i fondatori dell’ingegneria gestionale in Italia, ha ideato il modello della city school per la gestione delle città. La sua variegata produzione editoriale si contraddistingue per l’interdisciplinarità, spaziando dall’organizzazione aziendale all’urbanistica, alla storia della scienza, al sapere umanistico. In essa occupano un posto di rilievo i volumi dedicati all’illuminismo francese e italiano e le riflessioni sul recupero delle periferie urbane. Queste le prime informazioni che troviamo sullo straordinario patrimonio culturale riferibile anche alla sua biblioteca, patrimonio della Fondazione Dioguardi.  Egli viene da me nuovamente ricordato perché insieme al Prof. Patrizio Bianchi, ministro della Pubblica istruzione, ha ricevuto in dono, dall’artista Ugo Marano, molti anni fa,  un copia in ceramica del tucano maestro delle acque della Fontana Felice della città di Salerno. L’artista aveva voluto segnalare al mondo che la fragilità della civiltà contemporanea, sia nella componente sociale e culturale  che materiale, sarebbe stata fortemente espulsa dalle città, a partire da Salerno, perché la politica economica non è ancora attrezzata a mettere in sicurezza sociale ed ambientale il territorio di appartenenza. La fontana vandalizzata e senza manutenzione programmata troverà, prima o poi,  una nuova modalità di risorgenza, diceva l’artista, e a loro due – Patrizio e Gianfranco – venne affidato un testimone di questa esigenza. L’artista aveva scelto queste due persone per la loro capacità di parlare dei giovani e dell’importanza di evitare il loro scoraggiamento, rispetto al grande tema del sentirsi popolazione attiva per il mercato del lavoro e per il ricambio generazionale; per loro due i giovani sono e saranno la componente portante, capace di rinnovare la vitalità delle civiltà contemporanee.

Riprendo alcuni brani del libro di Dioguardi, Organizzazione come Bricolage, capitolo dedicato alla cultura, che, oggi, si sovrappongono al pensiero di politica economica del ministro Bianchi, e testimoniano le preoccupazioni dell’artista, scomparso da  dieci anni. Per lui, come per Bianchi e Dioguardi,  rispetto al grande tema della città come infrastruttura complessa, la città come la vediamo,  non era e non è più in sintonia con le aspettative dei giovani, che chiedono nuovi spazi di civiltà plurale per essere riconosciuti come protagonisti potenziali.

Dioguardi riprende il pensiero di Carlo Cattaneo affermando che non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza: è  l’intelligenza che inizia l’opera, che imprime ad essa per la prima volta il carattere di futura ricchezza. E poi, a seguire, il  concetto portante di Dioguardi e di Patrizio Bianchi: “il patrimonio di cultura ed intelligenza delle nazioni e dei continenti dovrà essere sostenuto dal costante flusso di giovani, che, anno dopo anno, entrano a far parte della popolazione attiva per costruire con il proprio lavoro lo sviluppo dei territori, che deve essere economico, civile, e culturale”.

E’ questa la priorità condivisa dai due studiosi e i due Tucani, maestri delle acque, da loro custoditi, li impegnano a non perdere mai la capacità di trasferire saperi e speranza ad altre risorgenze attive (fonti e fontane) per la città che verrà.

Trovare per l’Italia e le città italiane, siano esse grandi o piccole città, un nuovo ruolo, in uno scenario di grande crisi delle istituzioni, significa, allora, saper immaginare uno specifico ruolo culturale e produttivo, per esse, nell’Europa e nel mondo che corre veloce nel terzo millennio appena cominciato.

I due insistono nel voler dare ai giovani la prospettiva di poter fornire un grosso impatto nel mondo dei saperi e del fare. Ma perché, per i due, occorre riconoscere alla cultura un ruolo determinante per il successo imprenditoriale del Paese? Perché bisogna superare la dicotomia tra la cultura del sapere e quella del saper fare. Per questo è necessario costruire una solida rete tra la scuola che insegna come si fa ad imparare e l’intrapresa, spesso nelle imprese, che insegna a come costruire un bene a grande qualità materiale ed immateriale. Riunificare  le due esperienze è la chiave giusta per attrarre le nuove motivazioni e far scendere l’attuale tasso di scoraggiamento, in contemporanea, con il tasso  di disoccupazione dei giovani.

La chiave va trovata sia nella scuola che nella società del voler fare, oggi vera componente fragile del sistema; bisogna  alleviare la solitudine di coloro che a tutti i livelli vogliono migliorare l’insegnamento e di coloro che vogliono fare impresa ed intrapresa; l’infrastruttura di base diventa, allora, la fiducia sulla risorgenza dei nuovi saperi da associare alle tecnologie disponibili,  fino a fondere capitale tecnologico e capitale cognitivo dell’area vasta, per evitare che i cittadini si allontanino dal sentimento di appartenenza ad una civiltà complessa in evoluzione.

Le iniziative in questa direzione per fortuna non mancano e proprio Dioguardi è stato promotore di innovazioni radicali sul tema della manutenzione ordinaria e straordinaria dei quartieri urbani; forse una Fontana Felice in ogni quartiere potrebbe essere il sensore giusto per misurare la capacità delle amministrazioni di accompagnare la metamorfosi dello spazio, prima in ambiente urbano e poi in laboratorio di spazio neutro sui temi della sostenibilità e del convivio tra civiltà diverse. Queste  abiteranno le nuove città a ibridazione culturale e genetica per una  nuova urbanità.

La nascita di nuovi centri di eccellenza nella formazione professionale e nelle Università diventa una direzione irrinunciabile anche per ampliare l’efficacia della formazione continua che dovrà accompagnare la metamorfosi del sistema industriale ormai, macro In-dustria, dove in- implica una interconnessione globale della catena del valore del bene e propone un nuovo ruolo delle attività da localizzare nei territori specifici, per misurare il loro valore  in termini di vantaggio competitivo localizzato.

Ecco, allora, il ritornello dei tre, aggiungendo l’artista del saper fare, con accanto l’utopia radicale. Va riproposta la funzione educativa per tutti, una scuola fondamentale riposizionata, non solo socio-tecnica, o socio-culturale, ma stimolando in tandem la diffusione delle due culture del sapere e del saper osare nel fare; la qualità in termini di nuovi beni materiali ed immateriali prodotti esalterà il potenziale delle economia di scala e di scopo ed emergerà il potenziale di urbanità localizzato.

Potrà, così, essere misurata  anche la probabilità di accesso ai beni universali, istruzione, salute, ambiente ed  occupazione,  fino a massimizzare il tasso di inclusione del flusso di giovani nella popolazione attiva, indipendentemente dalla loro provenienza sociale e territoriale.

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Pasquale Persico
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