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I numeri dell'economia »

Ha preso forma il linguaggio che ci accompagna nei mesi complicati e dominati dal virus.
Il Vocabolario al tempo del Covid
Come cambiano le parole della comunicazione pubblica, mentre trascorre la difficile fase epidemica. La nuova “mappa” di termini e modi di dire da marzo 2020 agli inizi del 2021.

di Mariano Ragusa

A marzo scorso Salerno Economy abbozzò un Vocabolario al tempo del Covid. Tanto tempo è trascorso. Molte cose sono cambiate. Parole nuove o dotate di nuovo valore si sono insediate nella comunicazione pubblica. Proviamo a rileggerle.

Assembramenti. Nell’estetica della pandemia sono diventati il topos della evidenza percettiva del virus invisibile. Contenere, impedire, prevenire gli assembramenti di persone, si è posta come possibilità almeno per rallentare il propagarsi del contagio. Qui si sono contrastati la potenza politico-sanitaria e l’invasività del Covid, nella prima e seconda ondata. Il lockdown flessibile di Natale ha declinato gli assembramenti su soglie di sostenibilità. Gli effetti sono ancora da misurare.

Bonus. A un certo punto si è perso il conto di quanti – e per quali finalità specifiche – aiuti (bonus, altrimenti detti) sono stati erogati. Misura necessaria dettata dall’urgenza. Le leggi di bilancio si stanno incaricando di contabilizzarne il costo. Cento miliardi di euro, forse più. Resteranno un ricordo? O sopravvivranno, con altra configurazione, nel ridisegno dei fondamentali della ripartenza auspicata? Bonus ante litteram è stato il Reddito di cittadinanza. Non c’è immunità dalle tentazioni di repliche benché l’Europa vigili con piglio deciso.

Censura. La parola richiama il suo opposto per eccesso: infodemia. La Cina ha silenziato ogni notizia sul virus, l’Occidente liberal-democratico ha spinto la trasparenza sino al surplus virale di informazioni. In questo caso con un certo disorientamento dei cittadini; nel primo, la loro chiusura nella stanza buia del lockdown di conoscenze. La Cina sembra aver domato il Covid. L’Occidente è ancora in affanno. Per fortuna senza desideri o tentazioni di censura.

Didattica a distanza. Ovvero la Dad. Lo spazio virtuale come spazio vitale della scuola. La risposta emergenziale al problema (mai veramente affrontato) della possibilità di ripristinare la frequentazione di aule e spazi fisici. Il dibattito pubblico ha toccato punte di asperità e curve di paradossi. Nel tempo del virus che tutto ha connesso c’è stato chi (anche il ministro competente) ha provato a settorializzare le questioni stilando classifiche per ridurre, e perfino escludere, che le scuole fossero luoghi acuti di infezione delegando questo primato ai trasporti. Da mesi gli studenti continuano a percorrere la distanza breve tra il letto e il computer della scrivania, per andare in classe.

Esperti. Ovvero, consulenti. Gli specialisti capaci di offrire soluzioni. Solo a guardare i programmi in tv abbiamo scoperto di averne un esercito. Consulenti ad personam o istituzionali. Il piano Colao li espose al pubblico. Non ne è rimasto neanche il ricordo. Il premier ci ha riprovato con la piramide della governance immaginata per la gestione del Recovery Fund. Trecento i consulenti da arruolare. Troppi incarichi. La minaccia di una crisi di governo ha fatto sgretolare l’edificio. Ma non è detto che crolli. I manutentori in politica non mancano. A differenza di quanto accade per ponti, viadotti ed autostrade.

Federalismo (nuovo). Il nuovo step della riforma federale dello Stato si chiamava Autonomia differenziata. L’argomento è sempre attuale, solo oscurato da altre priorità. La sua pulsione è però sempre vitale (vedi alle voci Governatori e Recovery Fund).

Governatori. Un passo oltre la cornice tratteggiata dai Dpcm del presidente del Consiglio o un passo prima. Le ordinanze dei Governatori di rado hanno replicato i dispositivi stabiliti dal potere centrale. Laddove possibile e conveniente si sono infilati nelle maglie derogatorie dei provvedimenti governativi. Ne avessero, i Governatori, avuto il potere l’Italia sarebbe andata oltre i tre colori. Ma il conflitto, in troppi casi, è sembrato il riflesso condizionato di qualche contraddizione interna ai verbi normativi del Governo.

Hotel. I bonus turismo sono serviti a poco. Via le stelle, dunque. Denominazione unica: Covid hotel. La villeggiatura proibita si è giocoforza trasformata in quarantena per i pazienti infetti bisognosi solo di isolamento.

Immunità. L’abbiamo inseguita e cercata con i distanziamenti, indossando guanti e mascherine, lavandoci e rilavandoci le mani con sapone e gel disinfettante. E continuiamo a cercarla.

Limitazioni. La ragione è stata compresa. Dopo qualche mugugno iniziale e occasionali esplosioni di indisciplina sociale, le abbiamo accettate anche rinunciando a qualche pezzo di libertà personale. Ci tocca ancora pagare dazio. Speriamo sempre che non capiti di doverne subire altre e di diversa gravità e portata. Marzo è ad un tiro di schioppo. Cade il divieto di licenziamenti. La limitazione colpirà il lavoro rinominandosi disoccupazione? Gli osservatori specializzati forniscono numeri e previsioni. Il timore è che al peggio non ci sia limite.

Medici. Ma anche infermieri. Li abbiamo celebrati come eroi. La liturgia mediatica li ha, giustamente, lasciati indifferenti: “E’ il nostro lavoro”, hanno sempre affermato. Ma la contabilità dei morti in camice bianco è da brividi. I bandi per il reclutamento straordinario di medici ed infermieri non hanno trovato l’adesione sperabile di fronte ad una opportunità di impiego. La paura ha piegato bisogni e coscienze?

Negazionisti. E’ capitato di ascoltare, nel fuoco della pandemia, i loro slogan scomposti quanto i loro pensieri. Piccoli fuochi per fortuna. La miccia pronta a riaccendersi, con l’arrivo dei vaccini, nel segno del “no vax”? E’ da escluderlo ora che al governo siede (e non ha intenzione di mollare la posizione) quella forza politica grillina che ingaggiò una battaglia pre-pandemia contro l’obbligo delle vaccinazioni. Si può liquidare un corpus di convinzioni scientifiche (sic!) pur di restare a galla. Chi crede nel vaccino ringrazia.

Oms. Ovvero: Organizzazione mondiale della sanità. La Pandemia sembra aver fatto vacillare il suo profilo di istituzione indipendente. Le cronache dei media di mezzo mondo sono piene di servizi che documentano ritardi, lentezze, compiacenze nei confronti di taluni Stati per omissioni e silenzi nella informazione sulla presenza del virus in azione. Dossier critici – tanto per fare un caso riferito dalla stampa – sulla adeguatezza del Piano anti pandemia italiano è venuto alla luce trainando con sé uno scenario di ricatti e pressioni (attribuite a vertici autorevoli dell’Oms) sui ricercatori per ammorbidire le risultanze del lavoro. La Procura di Bergamo ha in corso una inchiesta. A uno degli studiosi dell’Oms, autore della ricerca, è stato chiesto (da dirigenti della stessa Organizzazione) di non testimoniare facendo leva sulla clausola dell’immunità diplomatica.  Il ricercatore non ha ceduto.

Paura.  Paralizzante o compatibile, la paura non si è mai distanziata dall’universo emotivo disegnato dalla pandemia. La si è cercata di esorcizzare con la ritualità irragionevole degli assembramenti. Ci si è piegati al suo comando rispettando i diktat politico-sanitari. L’esperienza vissuta finirà per scolpire una nuova razionalità. In futuro potremmo non vivere il rischio come un evento devastante ma come una condizione alla quale progressivamente adattarci.

Quote. In principio sono state quelle per la distribuzione dei vaccini. Poi la misura delle risorse da assegnare ai progetti della ripresa economico-produttiva. I Governatori l’hanno subito tarata come danaro da ricevere per i territori. La polemica e il conflitto politico-istituzionale lega le variabili in campo. Per ora solo pretattica e propaganda.

Recovery fund. Messe (tendenzialmente) in sicurezza le vite umane, è sul Recovery che si gioca la partita grossa per la ripresa della crescita. Sfumate (solo per ora) megastrutture piramidali per la gestione delle risorse, Parlamento ed organismi della democrazia rappresentativa sembrano aver riacquistato centralità decisoria anche su questa materia. Sarà la cornice di una dialettica nella quale il conflitto comprenderà le priorità del maxi programma e la sua torsione gestionale tra centralismo e regionalismo.

Sanità. Questione ricorrente. E’ il fulcro del dopo pandemia. Modelli operativi da ridisegnare. Quanto pubblico e quanto privato? Quanta (e come) territorialità? Quanta ricerca? Troppe risposte sono state date in questi mesi. Eccesso di slogan e di confusione dialettica intorno agli strumenti operativi (il Mes). Saggio distanziarsi dal coro e tenere aperte le domande.

Tasse. Mario Draghi ha distinto tra un debito “cattivo” e uno “buono”. Il primo zavorra i conti pubblici fino al disastroso naufragio; l’altro esalta il sacrificio intelligente finalizzato agli investimenti produttivi. Nell’un caso e nell’altro c’è un costo da pagare. La spesa pretende tasse. Chi e in che modo saranno imposte al Paese? Il principio di proporzionalità modula quello di uguaglianza. La pandemia ha scompaginato il campo. Saltate le fasce reddituali pre-epidemiche. La proporzionalità dovrà tenerne conto. I contribuenti tracciabili non potranno ancora sobbarcarsi gli oneri impropri generati dagli evasori.

Usca. L’acronimo si scioglie in Unità Speciali di Continuità. Hanno assistito pazienti Covid non bisognosi di ricovero ospedaliero. In parte potrebbero diventare centri di somministrazione del vaccino abbelliti dal fiore disegnato da Stefano Boeri. Primavera della Sanità?

Vaccino. Ci siamo. Anche con le varianti inglese e sudafricana. Alcuni virologi rassicurano: nessun problema di efficacia. Più prudenti altri che nel linguaggio preferiscono la doppia negazione cautelativa rispetto alla certezza dell’affermativo: “Non abbiamo evidenze che il vaccino non risulti efficace anche sulla variante”. Fidiamoci comunque.

Wuhan. Dove tutto è cominciato e dove – sembrerebbe – sia già finita l’epidemia. E’ la verità ostentata dal governo cinese (vedi alla voce: censura) ma suonano confermative le informazioni della autorevole stampa statunitense (esempio; la recente inchiesta del The New Yorker). Sappiamo dove tutto è cominciato. Dovremo sapere senza meline, perché è accaduto e ancora perché le informazioni non sono state tempestive. Lo pretende il futuro da costruire.

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