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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

Dopo le primarie riappare il linguaggio levigato e senza nemici del centrosinistra prodiano.
Il Pd, Zingaretti e il ritorno del partito inclusivo e solidale
Il “popolo di sinistra” ha imparato la lezione? O è solo un falso allarme? La “geografia” dei feudi e dei feudatari è destinata ad essere scardinata? Difficile essere ottimisti. Ma è meno irrealistico immaginare un nuovo inizio (come si diceva una volta).

Gli esercizi di democrazia reale (non virtuale o digitale) dal basso – come le primarie del Pd, per intenderci –  in qualche modo, al di là degli effettivi sviluppi nel campo della sinistra, possono senza dubbio stimolare un effetto rassicurante. Il tanto bistrattato e disorientato “popolo di sinistra” (o di quello che resta in termini partitici dopo Renzi) c’è ancora. Non si è dissolto perché travolto dal flusso inarrestabile di milioni di post su Facebook o di foto su Instagram (o anche di cinguettii su Twitter). Insomma, qualcosa batte ancora nel cuore un tempo rosso di tutti coloro che quotidianamente sono alle prese con il problema di fare rispettare i propri diritti, essendo orgogliosi di rispettare i propri doveri. Il commento generale dopo l’elezione di Nicola Zingaretti alla segreteria nazionale del Pd si è basato proprio sul presupposto del ritorno di una politica (ancora) con i tratti salienti di quella sinistra/centrosinistra in continuità con le eredità di due partiti come il Pci e la Dc . E’ chiaro che siamo solo all’inizio di un eventuale percorso di recupero di un rapporto lacerato e deriso da una gestione (renziana) che ha spostato l’asse dal lavoro al capitale, dal popolo ai ceti imprenditoriali e benestanti o, al massimo, quasi benestanti. Ma colpisce in termini di comunicazione vedere riapparire un racconto così simbolicamente agganciato all’idea che l’antico percorso inclusivo e solidale – che guarda agli ultimi e non ai primi – è di nuovo un obiettivo realistico e perseguibile. Lo stesso primo discorso di Zingaretti – nella tarda serata di domenica 3 marzo – riproponeva il profilo di un politico molto più vicino alla visione ampia e larga del centrosinistra (anche nella scelta del linguaggio) di un Veltroni o di un Prodi, con tante “levigature” e senza asprezze. Insomma, un cambio di passo che non prevede l’individuazione di un nemico a tutti i costi, ma la ricerca di solide sponde politiche ed istituzionali.

Naturalmente, sono ben note e storicamente “accertate” anche le derive di questa tipologia di Pd e di centrosinistra, perché il “piacionismo” post-democristiano e la logica della coalizione con l’ansia di conquistare il “centro” cattolico hanno fatto non pochi danni. Ma la ritrovata “simbologia” di un partito che non si rinchiude ed anzi si apre, sollecita la nostalgia di tutto un mondo che forse non c’è più, ma che è giusto tentare di riaggregare. Senza promesse berlusconiane, ma solo con la forza delle idee, della competenza e del rigore istituzionale ed amministrativo.

Ovviamente resta tutta aperta la questione dei potentati interni e dei signori delle tessere. Ma anche su questo versante i voti ottenuti da Zingaretti dicono che è in atto un cambiamento non di superficie (forse).

Il popolo di sinistra ha imparato la lezione? O è solo un falso allarme? La “geografia” dei feudi e dei feudatari è destinata ad essere scardinata? Difficile essere ottimisti. Ma è meno irrealistico immaginare un nuovo inizio (come si diceva una volta).

Ernesto Pappalardo

direttore@salernoeconomy.it

@PappalardoE

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