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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

La vittoria del 4 marzo da parte di soggetti relativamente nuovi avrebbe dovuto imporre un cambio di passo al “mondo” che “racconta” la politica.
Gli effetti “collaterali” della disintermediazione
Di fronte al proliferare delle “fabbriche delle notizie” messe in piedi e governate da professionisti dell’info/comunicazione che guidano le strategie dei nuovi leader, come reagiscono i cosiddetti opinion maker?

E’ stato un anno complesso, per così dire, per il circuito dove si incrociano informazione e comunicazione. La vittoria del 4 marzo da parte di soggetti relativamente nuovi ha imposto un cambio di passo al “mondo” che quotidianamente si cimenta nel “racconto” della politica. All’iniziale spaesamento è subentrata una metodologia che punta ancora – a distanza di mesi –  ad evidenziare prima di tutto contraddizioni ed “incompetenze” e non ancora a cercare di realizzare una narrazione più o meno equilibrata. E’ come se la maggior parte degli attori dell’informazione e della comunicazione non accettasse di avere perso – per il momento – la grande sfida della disintermediazione. Di essere, cioè, uscita sconfitta dalla partita della credibilità/affidabilità rispetto alle scelte operate dai cittadini nelle urne. E, allora, è come se provasse a mettere in campo una specie di analisi spietata e a senso unico dell’”errore” compiuto al momento del voto. Insomma, quasi tutti i commentatori e gli analisti della politica nostrana sembrano non avere superato il “trauma” di non essere più il punto di riferimento per milioni di persone nel fondamentale momento della “spiegazione” della politica agli elettori. Loro hanno detto e scritto una cosa – e continuano a dire e a scrivere una cosa sola – e la maggioranza degli italiani, invece, va dall’altra parte e rinnova un consenso mai visto tanti mesi dopo le elezioni alla maggioranza che regge il Governo Lega/5Stelle. Anzi, per quanto concerne in particolare la Lega, più si addensano critiche, distinguo, demonizzazioni sulla testa del leader che guida una delle due forze di maggioranza, più sale il suo gradimento.

In altre parole, la sindrome del potere di intermediazione perduto è dura da elaborare e, quindi, giù con le stroncature, le parodie, le compiaciute lezioncine di politica e di buon governo.

Colpiscono l’abnegazione, l’arroganza, la perseveranza in un esercizio di demolizione che va tutto a discapito dell’analisi delle reali dinamiche che hanno portato ad un travaso di consenso così massiccio all’interno della democrazia italiana. Nessuna, o quasi, approfondita ricerca delle cause – alcune delle quali, peraltro,ben evidenti – che hanno consentito a Lega e 5 Stelle di ridisegnare la gerarchia dei movimenti politici nel nostro Paese.

Non è solo, a nostro avviso, una questione legata alla sindrome del “potere” perduto, ma un problema più complesso, legato alla rielaborazione della relazione fiduciaria con i propri lettori/ascoltatori e al processo bidirezionale che evidentemente non è ancora stato metabolizzato soprattutto nell’atto “fondante” dell’individuazione/selezione della notizia (o della non notizia). In altre parole, si avverte forte la sensazione di un ritardo culturale/generazionale nel modo di inserirsi nei processi innovativi alla base del viaggio delle informazioni/comunicazioni.

Di fronte al proliferare delle “fabbriche delle notizie” messe in piedi e governate da professionisti dell’info/comunicazione che guidano le strategie dei nuovi leader e dei nuovi movimenti politici (relativamente nuovi, è appena il caso di dire), come reagiscono le grandi/firme, i cosiddetti opinion maker? Male, molto male. Non riescono, cioè, a rendersi conto, che le carte non le danno più soltanto loro, che i titoli e le paginate le impongono i “tecnici” della disintermediazione o più semplicemente – in non pochi casi – i protagonisti della scena politica che hanno divelto il cancello della redazione e parlano in diretta streaming con i loro elettori, con tanti saluti agli antichi decisori che nel chiuso delle redazioni decidevano fino a pochissimo tempo fa toni, modalità e sfumature della visibilità da dosare per questo o quel leader o personaggio magari così simpatico (o antipatico) all’editore.

Ma i tempi cambiano, nel bene e nel male (si intende). E, ora regna sovrana la grande confusione.

Restano, però, la responsabilità, la misura, la credibilità, le storie di coerenza personale, le competenze e la capacità di leggere le cose senza risentimenti o preconcetti ideologici. Non è poco. Ma l’abitudine tutt’italiana di confondere i fatti con le opinioni, l’obiettività con le simpatie e le antipatie, con le appartenenze e gli schieramenti non offre un grande spettacolo. Solo tanta tristezza.

Ernesto Pappalardo

direttore@salernoeconomy.it

@PappalardoE

 

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