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Il report dell’Unep: temperatura globale in vertiginoso aumento, 170 volte più velocemente del tasso naturale.
Emergenze ambientali tra biohacker e surriscaldamento
Le cinque priorità richiamate dall’Onu: biologia sintetica, permafrost, biodiversità, inquinamento da azoto e adattamento ai cambiamenti climatici.

di Giuliano D’Antonio*

La problematicità del progressivo deterioramento degli equilibri ambientali emerge in tutta la sua complessa dimensione – anche – da un recentissimo studio dell’Onu  (pubblicato il 4 marzo di quest’anno) che focalizza l’attenzione su alcune questioni che definire cruciali è dir poco: sviluppi della biologia sintetica, biodiversità, vulnerabilità del permafrost, inquinamento da azoto, adattamento ai cambiamenti climatici. Il report “Frontiers 2018/19 Emerging Issues of Environmental Concern” (nell’ambito delle attività Unep, programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) – analizzato dettagliatamente in un articolo di  Flavio Natale (www.asvis.it/ 08.04.2019) – individua un dato che da solo fornisce la chiave di lettura della situazione nella quale ci troviamo: “In  pochi decenni (ha spiegato Joyce Msuya, direttrice esecutiva dell’Unep) il genere umano ha modificato deliberatamente oltre il 75% della superficie terrestre del Pianeta e il flusso di oltre il 93% dei fiumi nel mondo”.

Incoraggiante e, allo stesso tempo, preoccupante il capitolo sulla biologia sintetica, perché “questa capacità di creare vita sintetica e alterare il Dna esistente comporta però il rischio di contaminazione incrociata e conseguenze indesiderate”. Il riferimento più immediato è ai “biohacker”, “ovvero persone e comunità che portano avanti ricerche biologiche al di fuori delle istituzioni, condividendo i risultati tra loro”. Questo fenomeno “può però comportare il rischio di rilascio accidentale di organismi geneticamente modificati nell’ambiente”.

Per quanto concerne la biodiversità lo studio sottolinea come “l’industrializzazione su larga scala” abbia portato “alla diffusa frammentazione di paesaggi precedentemente intatti in tutto il mondo”. Estremamente chiaro come tali problematiche non possano essere confinate nei confini nazionali e richiedano, quindi, “anche un riscontro a livello internazionale, poiché gli ecosistemi non sono limitati dai confini nazionali”.

Allarmante il riscaldamento dell’Artico (che cresce “due volte più velocemente della media”), come pure desta viva preoccupazione il  tasso di accelerazione del disgelo del permafrost: “Il genere umano ha fatto innalzare le temperature globali 170 volte più velocemente del tasso naturale”. E occorre specificare che il disgelo del permafrost “non ha solo un impatto diretto sull’ecologia, ma è anche un potenziale elemento di svolta verso un effetto serra fuori controllo”.

Resta l’interrogativo fondamentale: come procederà l’adattamento – strettamente collegato al processo evolutivo dell’essere umano-  ai cambiamenti climatici? Il rapporto approfondisce le problematiche relative alle varie forme di adattamento (adattamento reale o fittizio).

Di fronte alla portata di tali tematiche l’unica strada percorribile è quella che individua nella condivisione a livello internazionale (e nella cooperazione scevra da improduttivi nazionalismi) la priorità irrinunciabile. Anche perché si continuano a sottovalutare le conseguenze di lungo periodo delle ripetute alterazioni degli equilibri ambientali. Come pure va rimarcato che intervenire sulla struttura del Dna degli organismi – senza un rigido controllo delle autorità  competenti su scala globale – può dare luogo ad esiti imprevedibili.

*Presidente Fonmed (Fondazione Sud per la Cooperazione e lo Sviluppo del Mediterraneo)

 

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