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Elezioni/La partita aperta nelle urne del 25 settembre e la forza per scuotere la polvere trasformista.

di Mariano Ragusa

Spunti, temi, spigolature della campagna elettorale che ci porterà al voto del 25 settembre. Quale è la posta in palio? Quali gli interessi in gioco? Saranno le elezioni della differenziazione, ovvero del meglio precisato profilo di partiti e coalizioni. Ma anche della pressione incombente per gli effetti dell’inflazione sul tenore di vita dei cittadini. In sintesi un block notes ad uso dei cittadini/elettori.

Vincoli esterni.

Mai come in questa fase della storia del Paese, politica interna e politica estera sono state così fortemente intrecciate e reciprocamente condizionate. La pandemia ha dato la misura di come problemi nazionali non possano essere affrontati e risolti se non in ottica europea. Il Pnrr ha rimodellato, per le scelte che lo hanno espresso (solidarietà tra i Paesi e condivisione del debito), percezione e valore dell’Unione europea. Senza quelle risorse la ripresa/sviluppo sarebbe stata e sarà incerta.

E poi la guerra russo-ucraina nel cuore dell’Europa che ha posto la centralità dell’appartenenza all’alleanza occidentale con la conseguenza di obblighi e condizioni che ne derivano. La collocazione dell’Italia non è in discussione: sono il quadrante Ue e Atlantico. Le scelte dei governi nazionali non possono non essere allineati a quegli scenari. Il voto di settembre sarà mosso e muoverà questa condizione geopolitica. In una alleanza e in un edificio istituzionale come l’Unione europea non ci si sta da destabilizzatori ma nemmeno da ossequienti e subalterni associati. Gli opinionisti di punta hanno da giorni messo sul tavolo alcune carte. Ci sarebbe una influenza/penetrazione (anche finanziaria) della Russia putiniana nel dare sostegno alle forze sovraniste nazionali, iniziata con la caduta del governo-Draghi. E’ una dato di realtà plausibile. Ma anche un pericolo che si trasformi in bandiera ideologica delle scontro politico-elettorale con effetti di distrazione di massa dai temi che più direttamente impattano la vita concreta dei cittadini.

Non aiuta, in questa direzione, la trasformazione del conflitto politico a mini-scontro tra civiltà politico-valoriali. Ma neppure ragionevole sarebbe una acquiescenza alle linee delle alleanze. Al loro interno ci si sta senza rinunciare a spirito critico ed autonomia quando, ad esempio, in discussione vengono le regole di convivenza. Il nodo riguarda l’Unione europea. Il Patto di stabilità, solo congelato dal Covid, dovrà a breve essere aggiornato e ripristinato. L’Italia ha interesse a non subire penalizzazioni essendo il Paese esposto (come gli altri) all’inflazione ed alla caduta del Pil ma più degli altri per avere sul groppone un pesantissimo debito pubblico. Il solidarismo nato con la pandemia attende una ulteriore prova dei fatti dagli esiti non scontati.

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Coalizioni.

Con quali eserciti i partiti – data l’attuale configurazione della legge elettorale – andranno alla conquista dei voti?

I sondaggi (ultimo quello dell’autorevole Istituto Cattaneo) danno in forte avanzata (un semi-cappotto se le previsioni fossero confermate dai fatti) a favore del centrodestra. Coalizione organica. Difficile riconoscerlo. Berlusconi, dopo l’affiancamento alla Lega di Salvini nel decretare la fine del governo-Draghi, è tornato a “sparare” promesse (un milione di alberi e pensioni minime a mille euro) ma l’effetto registrato nei sondaggi non ha portato Forza Italia oltre il preoccupante (per quanto utile) otto per cento. Il Cav dovrà spiegare bene e fuori da boutade l’affondamento dell’esecutivo Draghi dopo averlo caldeggiato; dopo avere ribadito la propria collocazione europeista (e atlantista) nella famiglia politica del Partito popolare; e dopo avere ottenuto risultati, non solo di bandiera, su molti temi compreso quello nevralgico della giustizia.

Il centrodestra è tutt’altro che coeso. E non solo per la competizione radicalizzata sulla leadership che la Meloni rivendica in base ai numeri contro una Lega salviniana in caduta, e anche contro lo stesso Berlusconi che sa bene quanto destabilizzante sarebbe – per mercati e quadro internazionale – una premiership della Meloni.

Si può dire che se Sparta piange Atene non ride? Certo che sì. Il centrosinistra registra mancanza, come si sarebbe detto con linguaggio vetero-politico, di “amalgama”. Sia valoriale (se non ci si ferma alle generiche enunciazioni) che di collante programmatico. Il segretario del Pd Enrico Letta ne è consapevole al punto di avere lasciato intendere nell’ultima riunione della direzione del partito, che coalizione va intesa come accordo elettorale. Che, ovviamente, sappia far vincere il centrosinistra. La polarizzazione che Letta sta narrativamente costruendo tra sé stesso e la Meloni risponde ad un tentativo di semplificazione del conflitto per mettere in ombra il frastagliato mondo degli attori elettorali (a cominciare da quelli della sua stessa area) e offrire agli elettori una alternativa secca in grado di attrarre il consenso intorno ai fondamenti delle coalizioni: più forza al Pd e indebolire il centrodestra che non pochi problemi avrebbe dalla vittoria interna della destra radicale della Meloni.

Non è immune, questo senario, da radicalizzazioni ideologiche con la evocazione dello spettro risorgente del fascismo. La polemica in questa direzione andrà gestita con cautela ed intelligenza.

Il populismo latente e l’astensionismo.

Polarizzare e ideologizzare il conflitto sarà conveniente? L’interrogativo è aperto. La comunicazione politica si muove sul momento e quindi ogni risposta previsionale è prematura ed esposta a smentite.

Il tema vero è come i partiti (tutti) riusciranno a dare vita ad uno scontro capace di scongelare quel 40% di astensionisti coinvolgendoli attivamente in un impegno politico collettivo necessario ed urgente per rivitalizzare la ansimante democrazia italiana. Quel 40% segnala un Paese postosi per le più varie ragioni fuori dal recinto della fiducia nelle istituzioni e nella politica. E’ un magma sociale dal quale può scaturire una inversione virtuosa (dipenderà dai messaggio credibili dei partiti) o la radicalizzazione di atteggiamenti facilmente preda dei messaggi populisti. Gli unici con qualche chance sono quelli di Fratelli d’Italia e molto meno della Lega salviniana la cui navigazione di “partito di governo e di lotta” non sembra avere reso credibile né l’una né l’altra parte di identità politica.

Il disastro dei Cinque stelle sembra avere se non tolta certamente assai indebolita la capacità di attrazione del Paese della protesta. L’area del consenso sino ad oggi raccolto spezzettandosi in quale dotazione andrà a Di Maio e a Conte? Quanto potrebbe rivolgere attenzione al Pd? E quanto ancora, valutando l’opzione Meloni, alla fine deciderà di ampliare l’area del non voto?

Il costume degli italiani.

Aspetti non nuovi ma proprio per questo tutt’altro che emendabili affiorano in questo tempo di campagna elettorale. I transfughi del centro-destra (Gelmini, Carfagna, Brunetta) e i convertiti grillini come Di Maio (quanto frettolosa è stata la sua conversione!) annaspano alla ricerca di un posto in una qualche lista che ne garantisca la rielezione.

Leader diafani e statisti immaginari sono in fila a studiare le alchimie da posizionamento propiziate dalla legge elettorale. Pezzi di ceto politico che vuole sopravvivere a se stesso trovando un sentiero percorribile (per il proprio individuale approdo) tra le rovine di un Paese che crede sempre meno alla politica e torna a fare i conti con le bollette e il costo della vita. Ovviamente sarà onere del Pd concertare quelle alchimie facendo sponda o architettando soluzioni a la carta. Chissà che proprio questo Paese in sofferenza non trovi la forza per scuotere la polvere trasformista segnando davvero un nuovo inizio.

 

 

 

 

 


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