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Da noi tutti in discussione, il dopo-Draghi farà sciogliere le alleanze anche dentro le correnti interne ai partiti.
Elezioni, Francia e Italia: lo spazio si è fatto troppo stretto
E la “guerra di destino” per Putin non potrà che continuare, ma l’Europa non ha gli “attrezzi” per allargare la strada maestra.

di Pasquale Persico

Ecco a mio giudizio la fotografia della difficile transizione storica che abbiamo davanti. L’incertezza non implica paura, bisogna moltiplicare le aspettative per poterle consolidare, allargando  il percorso, quando la politica, prima o poi, si farà riconoscere. Il risultato delle elezioni in Francia – per esempio – rimette in discussione il  modello (ipotetico) di stabilità per dare voce a decisioni che dovranno essere prese. Anche in Francia la parola plurale implicherà un compromesso o un patto tra più visioni delle cose da fare e l’Europa – come prospettiva di politica del fare – risulta un punto di riferimento ancora non partecipato da una maggioranza con  idee appropriate. In Italia il disastro referendum  ha messo a nudo il tema della mobilitazione per quasi tutti i partiti e le leadership: tutti in discussione, il dopo-Draghi farà sciogliere le alleanze anche dentro le correnti interne ai partiti. Dovranno emergere altre parole chiave di riferimento, più credibili, e la solitudine di Mattarella riapparirà in tutta la sua valenza drammatica.

Il dopo-Draghi è già augurabile per lo stesso Draghi, la sua moralità verso il senso di comunità è emerso finalmente con luce chiara, ma la comunità non è ancora immune dalla nostalgia di un mondo che non c’è più, fatto di mediazioni e privilegi accumulati. La storia arriva a presentare la guerra di destino di Putin come un evento contemporaneo inatteso, perché poggiato su una visione imperialista senza fondamenti storici; ma la storia è difficile da raccontare quando si parla di futuro augurabile ed il futuro spesso  ha le gambe corte  per fare il salto necessario.

La speranza che l’Europa trovi una sua identità politica non è un’aspettativa da nulla, l’uscita dalla pandemia e dalla guerra, paradossalmente, aiuterà a prendere decisioni a tutte le nazioni e la parola nazione dovrà assumere un’altra valenza, più adeguata al multilateralismo necessario ad uscire dalla crisi. Bisogna evitare il pericolo storico di aggregarsi alla Cina o agli Stati Uniti senza soggettività istituzionale rinnovata e, in questa prospettiva, l’identità nazionale deve essere voce nuova della metamorfosi necessaria allo Stato che verrà.

Un nuovo Stato poggiato su un patto chiaro di riforme, in cui la cessione di sovranità verso federazioni di Stati deve avere lo sguardo lungo di cooperazione, non solo commerciale, ma culturale verso nuovi approcci di civiltà: ma anche la cessione di sovranità verso il basso assumerà la valenza di incontro con la sussidiarietà territoriale chiamata a dare voce ai diritti universali a spettro largo? L’efficacia ideale delle istituzioni sarà nuovamente al centro delle valutazioni dei modelli di governance?  L’efficienza viene dopo, con tutta la sua portata sulla fattibilità, ma il modello organizzativo è quello che deve dare  sostanza alle riforme.

E i partiti sapranno rigenerarsi? Lo faranno come necessità, le elezioni hanno dimostrato che il ruolo dei leader è temporaneo e nella storia sarà sempre più difficile segnalare la loro importanza.

L’Europa non è più troppo  lontana, la guerra in campo ci ha obbligato a riconoscerla come  ponte verso una nuova fase storica, dove le macroaree sono più frastagliate dei continenti e le aggregazioni politiche sono temporanee e contraddittorie.

L’Occidente si è mischiato con l’Oriente e non è la prima volta che è successo nella storia. Attualmente il progetto politico non può rinunciare alla visione e questa deve avere un’elaborazione culturale profonda. Nel secolo passato grandi pensatori hanno già dato indicazioni a cui poter fare riferimento e poi c’è la storia che ci viene incontro, con la Natura che si fa riconoscere sia come educatrice che come nemica temporanea; ci obbliga a fare un salto triplo per rivedere il modello organizzativo capace di produrre i nuovi paesaggi urbani a civiltà plurale.

Il cittadino Achille di oggi dovrà sentirsi ancora in ritardo rispetto  alla tartaruga a longevità culturale profonda, lei saprà camminare con la mente ad una velocità diversa  fino a garantire una nuova visione della storia con uscita dal mondo che non ci dovrebbe appartenere.

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Pasquale Persico
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