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L’azienda-Italia riuscirà a resistere finché c’è qualcuno che la potrà finanziare.
E l’economia politica affonda nella grande crisi della globalizzazione
Gli Stati-nazione? Manca la cornice teorica per ritrovare il ruolo cooperativo ed organizzativo, in una prospettiva di autonomia consapevole. La cittadinanza attiva e partecipativa delle imprese e delle famiglie si perde nella grande confusione.

di Pasquale Persico

La nascita dell’economia politica coincise con l’esigenza di indagare il come la ricchezza delle nazioni cresce a partire dalle caratteristiche del tipo di coinvolgimento di tutta la popolazione attiva, specie di quella dei settori con vantaggio competitivo localizzato. Ebbene, questa visione sul futuro degli Stati-nazione è stata schiacciata dal tema della crisi della globalizzazione, fino ad ipotizzare una de-globalizzazione che si avvantaggerebbe del nuovo ruolo degli Stati-nazione. Ma per questo tipo di analisi sarebbe stato necessario parlare con il linguaggio della politica economica dentro un chiara definizione degli argomenti istituzionali di economia politica, fino a disegnare il ruolo delle istituzioni della governance multilivello; una nuova cornice dello spazio collaborativo tra imprese, famiglie, terzo settore e Stato, nella classica classificazione scolastica, non è emersa come ambito sostenibile della nuova autonomia delle nazioni.

In realtà, non si è nemmeno accennato alla differenza tra aggiornamento tecnologico necessario e innovazione tecnologica profonda connessi all’autonomia tecnologica necessaria (nei nuovi settori chiave) per poter introdurre il tema della politica economica efficace nel determinare i sentieri dello  sviluppo a largo spettro.

Il tentativo nascente di una politica economica europea  (vedi i temi del Pnrr),  a cui si sono aggiunti i riferimenti alla difesa comune e all’autonomia energetica, sta facendo emergere l’assenza dell’economia politica. Perché non vi è spazio per una politica economica poggiata su una nuova economia politica delle nazioni; la crisi fiscale degli Stati è un argomento poco percepito in termini di teoria dello sviluppo e non resta che discutere della ottimizzazione delle politiche di bilancio (degli Stati).

E’ facile affermare, infatti, che il ritardo tecnologico, dell’Italia in particolare, connesso alla bassissima produttività totale dei fattori, è dovuto allo storico effetto-spiazzamento connesso al debito pubblico storico, alimentato dagli alti tassi di interesse degli anni ‘70 e ‘80; l’effetto spiazzamento è continuato per l’incapacità strutturale di adeguati interventi di spending review a correzione dell’efficacia della politica economica potenziale, (Cottarelli).

L’azienda-Italia, oggi come allora, riesce a resistere finché c’è qualcuno che la potrà finanziare, la parentesi aperta dal Pnrr durerà ancora per poco, ma è di quel poco che si continuerà a discutere. Il Festival di Trento, per esempio, non ha individuato un “vincitore”, cioè un economista che “disegna” il ruolo della politica economica degli Stati,  sia nella visione forte che nella visione debole.

I regimi organizzativi diversi – in riorganizzazione – che vengono segnalati con riferimento alle imprese, continueranno ad evolversi e possono essere raccontati come storie di successo e di buone ristrutturazioni; manca la cornice teorica in cui le nazioni ritrovano il ruolo dello Stato cooperativo ed organizzativo, in una prospettiva di autonomia consapevole, legata alla cittadinanza attiva e partecipativa delle imprese e delle famiglie.

Stato e Mercato, non a caso, appaiono assenti in molti dibattiti e discussioni, gli aggiustamenti delle “politiche ispirate” – per i G7 o i G20 – risentono dell’assenza specifica delle politiche degli Stati membri: si aspetta troppo, in maniera subordinata, in attesa di capire le politiche dei due grandi Stati – Cina e Usa – ma si tratta di una “trappola concettuale”, a cui bisogna reagire.

L’Europa, in particolare, deve avere il coraggio di difendere anche quello che non ha ancora fatto e che potrebbe fare, riposizionando il ruolo degli Stati cooperativi nella visione di una civiltà plurale appena emersa dal dopo-pandemia e dalla guerra in campo appena iniziata, e solo raccontata.

 

 

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Pasquale Persico
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