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ICEA - Istituto Certificazione Etica e Ambientale

  • Ecco come la grande recessione ha cambiato la “geografia” del commercio nelle città.Meno negozi, più B&B Confesercenti: “Spesa delle famiglie ancora 1.500 euro inferiore a quella del 2007, in controtendenza solo turismo, bar e  ristorazione”.

    “Meno commercio tradizionale, più ristorazione e turismo. La grande recessione ha trasformato profondamente il volto delle nostre città, modificando la composizione delle attività urbane e scambiando le vetrine dei negozi con pub, bar, ristoranti e attività turistiche. Dal 2007 ad oggi sono scomparse (a livello nazionale, ndr) oltre 108mila imprese del commercio in sede fissa, il 15% del totale. Attività che sono state parzialmente sostituite da pubblici esercizi e attività ricettive (+63mila, per un incremento del 16,6%)”. È questa la “fotografia” scattata da uno studio dell’Ufficio Economico Confesercenti, elaborato a partire dai dati Istat e dalle rilevazioni dell’Osservatorio su Commercio e Turismo dell’associazione. Una “fotografia” che conferma le difficoltà dei negozi di prossimità ed il processo di desertificazione commerciale in atto nei centri storici della maggioranza delle città.
    Le imprese.
    “La riduzione dei negozi - si legge in una nota di sintesi - non ha colpito in egual misura tutte le tipologie di impresa. Sono state infatti le imprese attive nel commercio di tessili, abbigliamento e calzature a pagare lo scotto più alto: dal 2007 se ne contano circa 40mila in meno. Giù anche i negozi di ferramenta e materiali per costruzioni (-9.834) e giornali (-3.926), mentre, tra i dati positivi, si segnala l’aumento del numero di tabaccherie (+4.749) e dei negozi di informatica e telecomunicazioni (+2.216) e, soprattutto, delle attività commerciali fuori dai mercati e dai negozi: le imprese di commercio porta a porta, online, e vending machine sono oltre 18mila in più, con una crescita di oltre l’82,5%. A scendere invece, nonostante la crescita degli ultimi anni, anche il numero di ambulanti (-17.587)”.
    La deregulation.
    Ma “a dare un colpo al commercio, oltre la recessione - sostiene la Confesercenti - è stato anche il regime di deregulation dei giorni e degli orari di apertura introdotto a partire da gennaio 2012 dal Governo Monti. Una liberalizzazione insostenibile per i piccoli, e che ha favorito solo la grande distribuzione, la cui quota di mercato nel periodo è passata dal 57,7 al 60,2%”.
    La crescita del turismo.
    Sul fronte dei pubblici esercizi e del turismo, invece, si assiste ad una forte crescita di quasi tutte le tipologie. Dal 2007 ad oggi aumentano i ristoranti sia le imprese di ristorazione (+55mila, per un incremento del +16,8%) che gli hotel e le altre attività ricettive (+7.139 imprese, con una variazione positiva del +14,9%). Particolarmente rilevante la crescita di B&B e affittacamere: solo negli ultimi cinque anni hanno registrato un incremento del 56%, e si prevede che, da qui al 2021, il numero sia destinato a salire ancora del 23%. Una piccola rivoluzione con il proliferare di imprenditori in questo comparto”.
    La spesa delle famiglie.
    Lo studio della Confesercenti evidenzia che “la trasformazione del panorama delle attività urbane è stato dettato, in primo luogo, dagli effetti della recessione sui bilanci degli italiani. Che, in dieci anni, ancora non si sono ripresi: in media, le famiglie hanno speso nel 2016 30.293 euro, 1.492 euro l’anno in meno del 2007”.
    La spesa per gli alimentari ha resistito (più o meno).
    “Mentre i consumi alimentari hanno più o meno resistito (-60 euro rispetto al 2007), i non alimentari sono crollati: siamo ancora 1.432 euro sotto i livelli pre-crisi, un tracollo dovuto soprattutto al taglio delle spese moda (-498 euro sul 2007) dei mobili e dei servizi per la casa (-263 euro), dei trasporti (-346 euro), delle comunicazioni (-231 euro) e della voce ricreazioni, spettacoli e cultura (-206 euro in media a famiglia). Si salvano solo le spese per l’istruzione, aumentate di 42 euro in media e dei servizi ricettivi e di ristorazione (+26 euro), cui è chiaramente legato l’exploit del settore turistico e di bar e ristoranti. Per il resto, ad aumentare consistentemente sono solo le spese fisse: quelle per gli affitti, il condominio e le bollette dell’acqua e dell’energia (+315 euro rispetto al 2007). Praticamente stazionarie quelle per i servizi sanitari e per la salute (+7 euro, lo 0,5% in più)”.
    La spesa nelle regioni.
    Analizzando i dati di spesa su base regionale, “emerge una maggiore sofferenza della spesa delle famiglie soprattutto nelle regioni del Centro Sud”. A livello regionale “si segnala come anche nel 2015 permangano forti disparità territoriali, evidenziandosi la tradizionale divaricazione Nord-Sud che caratterizza l’economia e la società del nostro Paese, ascrivibile soprattutto al livello del reddito medio percepito e al costo della vita: in linea generale, infatti, i valori della spesa media familiare sono più elevati nelle regioni centro-settentrionali e più contenuti nel Meridione”.
    La spesa media familiare raggiunge il livello più elevato in Lombardia, dove si attesta a 36.372 euro, riscontrando il valore minimo in Calabria, dove risulta pari a 20.748 euro. Livelli della spesa particolarmente significativi si registrano inoltre in Trentino Alto Adige (36.264), Emilia Romagna (34.848 euro), Valle d’Aosta (33.324 euro) e Toscana (33.036 euro), mentre – oltre alla Calabria – anche Sicilia e Basilicata segnalano valori particolarmente contenuti, pari rispettivamente a 21.888 euro e 23.076 euro l’anno.  “Rispetto al 2007 - segnala la Confesercenti - sono ben 14 le regioni che registrano una variazione negativa, che risulta particolarmente consistente in Calabria (-21,6%, pari a -5.628 in valori assoluti), Umbria (-17,5%, –5.711 euro) e Sardegna (-14,3%, -4.251 euro).  Da segnalare anche i cali di Molise (-13,9%, più di 4.200 euro in meno) e Veneto (-13,2%, per 4.881 euro in meno). Variazioni di segno opposto di una certa consistenza, si segnalano solo in Trentino Alto Adige (+7,2%, +2.493 euro in valori assoluti) e in Liguria (+3,9%, 1.026 euro in più)”.
     (Fonte: confesercenti.it/ 30.08.2017)
     
     


    Commercio di prossimità in grave difficoltà
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Non solo governance
15/09/2017

thumbnail-small-1.jpgQuesto articolo è stato pubblicato sul quotidiano “Il Mattino” (Edizione Salerno) domenica 10 settembre 2017.

di P. Persico

ed E. Pappalardo

Come si “progetta” un futuro diverso? Un futuro meno avaro di lavoro e di prospettiva di realizzazione professionale per le nuove generazioni? Come si fa a trattenere al Sud i “ragazzi con la valigia” e, nello stesso tempo, a recuperare un’idea condivisa di sviluppo sostenibile in grado di assicurare livelli occupazionali e di benessere in linea con il resto d’Italia e d’Europa? Il disegno del percorso necessariamente da intraprendere appare per molti versi inevitabile, ma anche destinato ad incontrare le “resistenze” di un tessuto politico ed amministrativo (e non solo) ancora lontano dalla condivisione del principio sostanziale della “cessione di sovranità” istituzionale di livello locale.  [Continua]

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    Campania. La ripresa c’è, ma ancora lontani dalla pre-crisi
    07/07/2017

    Lo scenario.

    Lo stato di salute dell’economia campana nel 2016 ha mostrato segnali di miglioramento, ma non tali da allentare le preoccupazioni - nel breve e medio periodo – dal punto di vista reddituale ed occupazionale. Secondo diversi fonti analitiche la “ripresina” si è basata su una lieve espansione della domanda interna – che ha rilanciato in maniera disomogenea i consumi – e dell’export (prioritariamente incentrato sul segmento farmaceutico ed in seconda battuta sull’agroalimentare). Il dato che, comunque, fotografa la reale dimensione della situazione si sintetizza nel ritardo ancora ben consolidato del Pil rispetto al periodo pre-crisi (2007). Nel 2016 il prodotto interno lordo campano accusa ancora un -16% in relazione al Pil registrato dieci anni fa. [Continua]


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