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Negli ultimi trent’anni abbiamo fatto davvero poco per rispondere ai temi del cambiamento.
Dal G20 al G40, ma noi economisti dove siamo stati?
La visione di Camus di una civiltà plurale in cammino è, storicamente, fragile. Le strategie vere e proprie che considerano i continenti (e non solo le nazioni) sono, forse, solo abbozzate.

di Pasquale Persico

Il rimprovero vale anche per me. Per rendere esplicito questo richiamo ripubblico, parzialmente, la mia introduzione, scritta nel 2001, al bel libro di Gian Carlo Marchesini, “Verso un mondo globale” (Plectica, 2001). Questo libro uscì contemporaneamente con quello di un famoso editorialista del New York Times, Thomas L. Freadman, “L’America non è più l’America, si sta mondializzando”. In quegli anni si trattava di un’affermazione in senso positivo: globalizzarsi o perire. Il francese Josè Bovè, dall’altra parte dell’Atlantico, diventava leader contadino  della contestazione globale con lo slogan: non globalizzarsi per non morire. Arriva, quindi, il libro di Giancarlo Marchesini, che decide di fare un viaggio e rivela nostalgie, paure, entusiasmi, preoccupazioni, ma, soprattutto, moltiplica le domande. Domande profonde sulle difficoltà di percepire il cambiamento. Egli coglie nel segno, mettendo a nudo la nostra incapacità di appropriarci del concetto di velocità necessaria a decodificare ogni giorno le strategie individuali e collettive per entrare ed uscire  dai processi di trasformazione globale. Appaiono con chiarezza tutti gli aspetti della globalizzazione, la crisi dei valori accumulati, le nuove credenze degli economisti dell’adesso, lo stress sulle organizzazioni del mercato, le ragioni dominanti della genetica e quelle in discussione sull’ambiente. La morale e l’etica diventano  temi politicamente in difficoltà. Vengono annunciati nuovi Sud, il commercio si moltiplica ed il mercato del lavoro mette in discussione tutti i progressi annunciati negli anni ’70. L’autore ci fa viaggiare su un crinale. La matassa diventa difficile da sciogliere.

Ma proprio questa impossibilità – con l’elenco delle contrapposizioni –  rende il libro pieno ed interessante. Lo scenario visivo è vivo,  e lo offre il regista cileno Raoul Ruiz  nel film Il tempo ritrovato: viene ribadita, in modo esplicito, la necessità di allargare la visione delle cose. Tutti dobbiamo diventare aquile ed alzarci quanto più possibile nel cielo per rompere il confine del nostro spazio che è anche la nostra gabbia di identità. Deve nascere il dubbio di non essere contemporanei; esplode, così, la necessità di capire, dobbiamo diventare inquieti, risalire verso la ricerca e l’apprendimento, per essere anti fragili, non resilienti, perché il concetto di resilienza nasconde la nostalgia del ritorno allo status di prima.

Non potremo più essere abitanti dello stesso territorio, è in discussione il concetto di nazione e di politica economica delle nazioni. Marchesini affronta a cuore aperto il tema: la globalizzazione sta trasformando tutto in mondi complessi, multiformi ed ineguali, quelli che erano prima i nostri mondi di riferimento non sono riconoscibili. La velocità del cambiamento rende esplicita la sensazione che, sebbene la storia della globalizzazione duri da molto tempo, la scala dei fenomeni è cambiata, l’enciclopedia delle forme del cambiamento ha moltiplicato i capitoli del racconto e nessuno è ancora in grado di scrivere tutti i capitoli esplosi.

Marchesini rimane sveglio anche di notte, sente che la globalizzazione sta allargando a dismisura  il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri, e gli squilibri di accesso ai diritti universali costringono i popoli a lasciare i luoghi di nascita.

Marchesini rende esplicito il ritardo politico e culturale: la globalizzazione è un fatto politico, impone una trasformazione continua delle istituzioni di riferimento e le pratiche di governo sono tutte in emergenza. La visione di futuro si allontana e lo spaesamento prevale sull’aggregazione dei bisogni.

Non è il tempo del pessimismo, dovremo investire in nuovi modi di pensare. La domanda chiave riappare: lo Stato nazione scompare o diventa più incisivo? Senza un nuovo progetto politico la risposta è impossibile, ma mancano i luoghi dell’elaborazione. Appare il localismo regressivo e il consumo del tutti in pista: come risalire mettendo al centro il progetto morale e politico possibile?

Ecco, avere riportato una parte della introduzione al libro mi permette di affermare che proprio noi economisti – impegnati nelle diverse associazioni dell’economia internazionale, della politica economica, della politica industriale, dell’economia del lavoro – negli ultimi trent’anni abbiamo fatto poco per rispondere ai temi del cambiamento; la nostra idea di politica economica è rimasta dentro all’economia politica delle nazioni, nonostante il mondo degli economisti classici già proponesse uno sguardo ampio sull’economia dei continenti. Oggi, anche per effetto della pandemia, il tempo ritrovato ci porta al pensiero sull’economia dei continenti, ma ci arriviamo con un approccio ancora pieno di nostalgia: l’Alleanza atlantica ed il modello degli Stati dove democrazia ed equità sono un riferimento (debole), perché, storicamente, le realizzazioni non sono esaltanti e persistono solo nel linguaggio che contrappone Occidente ed Oriente.

La visione di Camus di una civiltà plurale in cammino è storicamente fragile; in Israele l’ipotesi di un progetto politico plurale conta su un solo voto in più; un segno che una strategia resistente di politica economica dei continenti è ancora inesistente, forse solo abbozzata. Speriamo che il G20 diventi almeno G40 e poi? Poi si vedrà.

 

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Pasquale Persico
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