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Dopo le nuove regole si impone una generale revisione nell’impostazione della prassi aziendale.
Credito e patrimonio, sfida per le imprese
Se la normativa sul nuovo default condanna le organizzazioni in persistente stato di insolvenza, l’altra riforma sul tema della crisi impone agli organi di controllo di certificare l’esistenza di indicatori di solidità finanziaria e reddituale.

di Maria Teresa Cuomo*

L’introduzione delle nuove regole di default ed il conseguente auspicato cambio di passo ad opera dell’attuale classe imprenditoriale sembrano restituire centralità a due questioni fortemente caratterizzanti l’economia meridionale, ovvero l’accesso al credito e il grado di patrimonializzazione aziendale.

Se sul primo punto le cifre più recenti sull’andamento delle variabili creditizie mostrano un sostanziale miglioramento qualitativo, con un calo dei crediti in sofferenza (nel solo Meridione) di circa 8,3 mld nel 2018 rispetto all’anno precedente, ad esso si associa, tuttavia, una contrazione quantitativa dei prestiti concessi alle imprese, stimata in circa 14 mld (Check-up Mezzogiorno, Confindustria Srm, 2019). In prima battuta, dunque, alla robusta richiesta di credito da parte delle organizzazioni imprenditoriali non sembra corrispondere un’adeguata offerta, anche a causa di criteri di matrice internazionale più severi per la sua concessione, con il risultato dell’immissione di un minore ammontare di risorse nell’economia reale. Invero, il ridotto livello di conferimenti bancari pare dipendere soprattutto dalla debolezza strutturale delle aziende del territorio, testimoniata dalla massiccia presenza in bilancio di debiti finanziari non solo nel confronto comunitario (Banca d’Italia, 2019), quanto soprattutto nel parallelo con gli attori del Nord del Paese, nonostante il parziale recupero degli anni più recenti (2,8 mln di euro vs 3,2 mln, seppure nella componente della media impresa, Confindustria Srm, 2019).

Lo spessore del ragionamento, poi, si consolida ulteriormente accostando all’intervento comunitario sul default, quello relativo alla legge di riforma della crisi d’impresa. Con questo specifico provvedimento, infatti, le pmi si trovano a dover rivedere l’importanza della struttura finanziaria in termini di composizione del capitale attinto da terzi e di quello messo a disposizione dai soci. Se, infatti, la normativa sul nuovo default condanna le organizzazioni in persistente stato di insolvenza, ovvero di tensione finanziaria, l’altra riforma sul tema della crisi di impresa impone agli organi di controllo delle aziende di certificare l’esistenza di indicatori di solidità finanziaria, patrimoniale e reddituale, restituendo dignità e importanza alle riserve di capitale e alla patrimonializzazione aziendale. Quali, allora, i riflessi sul tessuto produttivo locale? Ovvio pensare che la revisione di forme di capitalizzazione e di finanziamento creerà dei ripensamenti nei modelli di business tradizionali. Si tratta di una chance che avvantaggia senz’altro le realtà economiche sane, ma che potrebbe costituire anche uno sprone per le altre imprese, rovesciando paradigmi di business ormai deteriorati e affermando logiche di rinnovamento in chiave territoriale e competitiva. E chissà che   l’applicazione di un tale meccanismo virtuoso non possa essere l’innesco per un rilancio dell’intero Mezzogiorno!

(parte seconda/fine)

*Docente di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università degli Studi di Salerno e presso il Dipartimento di Scienze Economico-Aziendali e Diritto per l’Economia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

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