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GLOCAL di Ernesto Pappalardo »

Le non poche analogie con altri periodi che precedono la fase contemporanea.
Corsi e ricorsi storici, tra “ricchi” (pochi) e “poveri” (molti)
Il prevalere del debito finanziario si era già materializzato sul finire dell’epoca moderna, mentre prendeva forma l’estinzione di interi casati (nobiliari o meno), che, pure, si erano andati, fino all’ultimo, “inventando” ogni formula possibile per sopravvivere.

Nelle ricostruzioni sempre più dettagliate e complete di un periodo importante, da vari punti di vista, della storia moderna – non contemporanea – di Paesi oggi ben connotati dall’appartenenza all’Unione Europea, è molto interessante scorgere l’origine di fatti e episodi che disegnano, in realtà, la continuità, per così dire, cromosomica di vicende “politiche”, che ancora si perpetuano, con il solo scopo di assicurare il controllo gestionale di quello che noi chiamiamo “potere  sistemico”. Nelle ultime vicende di non poche famiglie che avevano conquistato, a suo tempo, i “gradi” nobiliari nella complessa mappa gerarchica che si era andata delineando, per esempio, proprio nei territori di Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia, era già ampiamente emersa una delle cause principali che avrebbe portato all’estinzione di antichi legami di parentela, fino a provocarne la fine vera e propria. Il prevalere del debito finanziario in fondo si era, ormai, materializzato, prendendo la forma dell’estinzione di interi casati (nobiliari o meno), che, pure, si erano andati, fino all’ultimo, “inventando” ogni formula possibile per sopravvivere. Ma nella maggioranza dei casi non era stato possibile, neanche ricorrendo a teoremi ben architettati di cessione del patrimonio residuo (ben poco) o, anche, alla vendita di titoli (ambiti o meno) nobiliari. Insomma, il crollo e la fine vera e propria di tantissima parte dell’antico regime si era andato consolidando disperdendo la storia secolare e le storie – non proprio secolari – di tanta parte di ceto dominante, di famiglie e persone che avevano avuto nelle loro mani il “potere”, nonché la sorte di popolazioni ampie e estese. Fino a quando erano entrati in gioco – a pensarci bene con tante modalità simili a quelle adottate dai nobili o aspiranti nobili delle precedenti generazioni – gli uomini nuovi, che ricorrevano costantemente al primo problema che gli si presentava davanti. Non erano ancora – ma il tempo era davvero poco – i titoli (nobiliari) a pesare prevalentemente, ma soltanto i soldi. Sì, alla fine, l’aspetto dominante, che “nobilitava” o meno il “progetto”, l’“ambizione”, la “scalata” sociale, allora come oggi si qualificava nel possesso di fluidità finanziaria tale da condizionare equilibri e tavoli di trattative. Fino a scatenare reazioni politiche – da una parte all’altra degli equilibri riconosciuti (o non riconosciuti) – che avrebbero, poi, percorso anni e anni di storia.

E’ da questo contesto economico/sociale che doveva, poi, prendere forma l’evoluzione dei vari filoni storici dominanti nell’età contemporanea, fino alla nascita degli Stati che noi conosciamo e proviamo a studiare, fino all’affermazione della democrazia e del più autentico spirito democratico.

Ma colpisce l’immaginazione – e non solo, è abbastanza chiaro – come il progressivo e incontrollato indebitamento di famiglie feudali che avevano dominato per anni (un mondo molto più semplice di quello di oggi dal punto di vista della strutturazione economica, va sottolineato) Stati, Imperi, continenti articolati sul globo intero, portò all’auto-estinzione – dal punto di vista del controllo del potere prima di tutto – di generazioni  e generazioni di nobili e meno nobili. Fino al punto che si ritrovarono “trasformati” e avvinti alla sopravvivenza. Ma tutto era svanito. Cambiarono le forme e le rappresentanze, mutò l’aspetto dominante e presero forma nuovi “sogni” e “aspirazioni”, fino a giungere alla conquista prevalente della libertà e della democrazia. Ma un elemento pare, ancora oggi, forte e concreto: la partita che si regge sulla continuità storica del “racconto” è sempre la sola che vale la pena di seguire con attenzione. Chi può contare, in qualche modo, su flussi finanziari consistenti e chi no. Non chi è “più ricco” e chi è “più povero”, ma chi può provare a “gestire” sociopoliticamente i “ricchi” e i “poveri”. E in mezzo ci sono le persone, le famiglie che assistono allo “spettacolo” e sperano di contribuire con i loro comportamenti a costruire e rafforzare il mondo nel quale credono.

Ernesto Pappalardo

direttore@salernoeconomy.it

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