contatore visite free skip to Main Content
info@salernoeconomy.it

Lo speciale »

La carica dei sindaci diventa “fuori tempo” e ritorna il linguaggio, in parte datato, dell’approccio tecnologico allo sviluppo.
Coesione e inclusione, la geografia delle opportunità
Come si può, strutturalmente, sostenere l’aggregazione dei Comuni, spingendoli a perseguire nuovi standard territoriali per rendere le infrastrutture più efficaci (sistema scolastico, logistica di servizi e mobilità, medicina di comunità eccetera eccetera)?

di Pasquale Persico

L’Anci (Associazione nazionale Comuni italiani) “dimentica” trent’anni di opportunità – concesse ai Comuni, alle Province, alle Unioni di Comuni ed alle Comunità montane – per “cambiare scala di appartenenza”, per ampliare la soggettività politica ed istituzionale?

L’Anci non dovrebbe aspirare a rendere il modello dell’area vasta (anche di importanti città) rafforzato dal punto di vista della governance multicentrica? I sindaci chiedono giustamente – con la voce dell’Anci – di contare di più. Essi, però, avrebbero dovuto/potuto progettare altro, oltre che rivendicare una maggiore copertura istituzionale  rispetto al rischio di essere individuati come responsabili di tutto quello che avviene nel perimetro di un Comune (dal dissesto idrogeologico alla sicurezza stradale, senza parlare del grande tema dell’urbanistica e della complessità della gestione degli appalti). Certo,  ben delimitare il campo delle responsabilità penali e patrimoniali, incoraggerebbe molte risorse della società ad interessarsi della cosa pubblica, rendendo contendibili le cariche amministrative elettive e non elettive (assessorati ed altro).

Ma il punto vero da sottolineare è un altro. L’Anci  – con l’Unione delle Province italiane e con l’associazione delle Comunità montane – si trova oggi a fare i conti con un problema molto serio e di ampia portata: come si può strutturalmente sostenere l’aggregazione dei Comuni, spingendoli a perseguire nuovi standard territoriali, materiali ed immateriali, di nuova urbanità, per rendere le infrastrutture territoriali più efficaci (sistema scolastico, logistica di servizi e mobilità,  medicina di comunità ed inclusione sociale)?

Potremmo parlare del ritardo storico e culturale sul tema della nascita delle città metropolitane ad elezione diretta del sindaco metropolitano, che richiedevano e richiederanno visioni strategiche di area vasta per definire le nuove infrastrutture (da connettere al debito buono)  delle macroaree a competitività continentale.

Lo spazio perso – dopo gli anni ’90 – dalla politica e dai partiti,  è stato realmente recuperato, viste le  difficoltà dei sindaci ad aprire scenari di aggregazione capaci di far nascere nuovi  profili politici più coerenti con i disegni costituzionali? Meno potere ai partiti nelle istituzioni, per evitare il loro centralismo organizzativo e non solo, una direzione inversa a quella ipotizzata dalla Costituzione in termini di sussidiarietà? Più potere, invece, alle persone di buona volontà, nei  partiti e nella società civile: questo sarebbe stato il presupposto necessario per dare efficacia ai temi della “governance a sussidiarietà larga ed efficace”.

Le Province hanno subito il ridimensionamento di ruolo senza prospettare un disegno alternativo in merito alle esigenze di “cucitura” o rammendo territoriale, l’associazione che le univa ha visto “evaporare” la necessità di un’efficace coordinamento (e di sussidiarietà) delle stesse Province, sia in merito alla pianificazione che in relazione alla definizione degli standard di qualità aggregati tra unioni o fusioni di Comuni. Pensiamo, per esempio, a quanto appena vissuto con la pandemia, (scuole, sicurezza, zone in difficoltà eccetera, eccetera).

Circa dodici anni fa, o forse più, vi fu l’occasione di parlare di città montane cercando fusioni ampie tra Comuni, con un’ingegneria istituzionale capace di lasciare alle singole municipalità l’elezione del presidente (sindaco di riferimento), con un solo sindaco coordinatore eletto e in grado di dare spazio a tutte le municipalità coinvolte nel progetto di fusione. I Comuni non avrebbero subito il taglio lineare dei trasferimenti e, forse, guadagnato operatività d’area su diversi temi, ad  esempio quello del dissesto idrogeologico o la medicina di comunità.

Chi accusa la politica ed il Parlamento  di  trascurare la realtà dei sindaci, immersa nelle problematiche delle città e dei paesi, ha molti “colpevoli” da individuare e  non è facile risalire ad essi quando le opportunità si sono consumate tutte.

Ecco, allora, che i nodi da sciogliere per dare una rete programmatica alle città ed alle altre città, unioni o fusioni di Comuni, sono molti e non tutti sono concorrenti al tema della riforma dei partiti.

Apriamo  un dibattito, connesso al Pnrr,  per arrivare alla “riforma delle riforme”,  cioè ad una “revisione” del concetto di città. Bisogna lavorare alla prospettiva di rivisitare il principio di città di area vasta per delineare le reti infrastrutturali degli standard territoriali di  scala adeguata; con questa prospettiva si può non solo rivedere, come fa in parte il Pnrr, la geografia funzionale territoriale, ma inquadrarla come parte del supporto necessario alla geografia delle opportunità urbane e non urbane, cioè ai temi della coesione e dell’inclusione. Non bisogna reiterare l’attuale ritornello orfano di visione ampia, ritornello che usa il linguaggio, in parte datato, dell’approccio tecnologico allo sviluppo e che ha il limite culturale di non vedere oltre la cinematica dominante: più tecnologia più produttività.

 

 

P. Persico-casa-morra-cs-Pasquale-Persico
Pasquale Persico
Back To Top
Cerca