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Arpocrate. Gli economisti ed il discorso vuoto sul divario Nord-Sud. Economia civile, cultura cooperativa e istituzioni locali.

di Pasquale Persico

Con periodicità sorprendente fioriscono studi sulle disuguaglianza territoriali e sulle carenze della politica economica. Sul Mezzogiorno si fa fatica a capire che l’approccio al riequilibrio della spesa e all’efficienza della stessa non risolvono il problema. Addirittura, nonostante l’esperienza fatta come presidente dell’Inps, Tito Boeri propone una rinascita dei differenziali retributivi come necessità di riconoscere il diverso potere d’acquisto del salario o stipendio nel Nord e nel Sud. E ancora l’economia di mercato, nella visione smithiana, prevale come presupposto dello sviluppo: più mercato, più efficienza, più equità da correggere.

Ma l’efficacia non viene prima dell’efficienza?

Occorrerebbe, forse,  comprendere che l’oggetto della politica economica  non è tanto quello di predisporre incentivi che spingono agenti auto-interessati a gestire in modo coerente i propri piani di azione. E’ questa una prospettiva inefficace, quanto quella di creare le condizioni per un allargamento della base di pro-socialità presente nei territori regionali. Perché, mai lo si dimentichi, lo sviluppo della reciprocità in una popolazione dipende anche dalle caratteristiche dell’assetto giuridico-istituzionale oltre che dalle scelte di politica economica-finanziaria (articolo 118 della Costituzione).

Ancora una volta per l’economista de La Voce,  il capitale civile è una risorsa che si aggiunge alle altre forme di capitale (naturale, umano, fisico, ecc.) offrendo un suo proprio contributo al processo di sviluppo – quanto a dire la funzione aggregata di produzione incorpora un argomento ulteriore. La concezione innovativa, dopo tanta inefficacia delle politiche per il Sud  e per le disuguaglianze, invece, vede nel capitale civile quella forza che, una volta messa in campo, va a modificare, in senso generativo, le relazioni preesistenti tra le altre forme di capitale – va cioè a modificare la forma stessa della funzione aggregata di produzione.

La reciprocità praticata all’interno sia delle singole organizzazioni d’impresa sia dei rapporti tra imprese e enti pubblici e tra soggetti for profit e non profit diventa principio di guadagno di efficacia della governance interistituzionale. L’indagine da fare  è, quindi, misurare quanto i territori  presi in considerazione siano capaci di organizzare e di gestire tutte le risorse riconducibili all’economia civile. Le aree con più alti livelli di economia civile sono, probabilmente,  quelle caratterizzate da una radicata cultura cooperativa e da istituzioni locali capaci di attuare modelli di governance democratica per la gestione dei beni in generale  e di quelli comuni in particolare. Ciò si riflette in più elevati tassi di sviluppo; una più alta qualità della vita; una più forte coesione sociale.

G. Cavazza (Una bussola per le politiche famigliari, Roma, Edizioni Lavoro, 2012) si chiede quanto le politiche regionali, in Italia, siano orientate alla famiglia, considerata come uno dei principali generatori di capitale sociale e dunque di capitale civile. Sulla scorta dell’indice del grado di familiarità dei territori, l’autore mostra che, delle otto regioni prese in considerazione, solamente Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto si qualificano come territori pro-family, nei quali vengono sistematicamente attuate specifiche politiche familiari. Non così in Campania, Friuli, Lazio, Toscana, Sicilia, regioni nelle quali l’impianto normativo è bensì adeguato (sono state analizzate 371 leggi regionali per un totale di mille servizi) ma le leggi quasi mai vengono attuate appieno.

Il principio di autonomia è giustificato? Rispondere sì, significa rinunciare alla politica economica orientata dall’economia civile, si tratta di preferire Tito Boeri ad Antonio Genovesi, pensiamoci. Risulta evidente che nelle tre regioni richiamate la probabilità di conservare il consenso sociale è più alta, nelle altre è comunque incerto, l’economia di mercato, da sola, aggrava le disuguaglianze tra le famiglie, ma Boeri lo sa  e non si capisce bene la sua riflessione, forse è solo un rientro nell’atmosfera della Bocconi e del rito ambrosiano.

 


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